Il 18 ottobre 2019 scorso è entrato in vigore il provvedimento adottato dal governo di Donald Trump in merito all’aumento dei dazi sul vino di alcuni paesi europei, tra cui Spagna, Francia, Germania e Regno Unito.
I dazi introdotti (+25%) in base alle direttive dell’ Office of the United States Trade Representative riguardano i vini in bottiglia di capacità inferiore a 2 litri con un contenuto alcolico non superiore a 14% vol.

Il 22 gennaio scorso, durante il 50° Forum economico mondiale (WEF) a Davos (Svizzera), Bruno Le Maire – Ministro delle Finanze francese – ha affermato di aver concordato una tregua con il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin. La Francia quest’anno non richiederà il pagamento della web-tax da parte delle società statunitensi, Mnuchin di conseguenza ha accettato di sospendere i dazi di ritorsione sui beni francesi.
Il governo francese ha sottolineato che per ora non intende ritirare la web-tax ma congelare il pagamento del primo acconto, in attesa dell’incontro in sede Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), organo a cui spetta trovare una intesa comune.
Una tregua armi in pugno per evitare una escalation commerciale che nessuno dei contendenti desidera.

A Davos era presente anche il ministro delle Finanze italiano Roberto Gualtieri, il quale si è confrontato con Bruno Le Marie per evitare che l’Italia si trovi isolata nel mirino di possibili ritorsioni commerciali americane dato che il governo, nell’ultima Finanziaria che scatterà a febbraio, ha approvato l’imposta sui giganti del web statunitensi.

I recenti dati dell’ (Observatorio español del mercado del vino) dipingono un quadro sintomatico e rivelatore dei risvolti economici concreti correlati ai dazi del 25% imposti dal governo statunitense e rimasti in vigore da ottobre 2019 sino alla tregua di Davos del 22 gennaio scorso.
A livello globale (novembre 2019) gli Stati Uniti hanno ridotto il valore delle importazioni di vino in bottiglia del 12,3% pari a 317,7 milioni di dollari ed il volume del 6,5%, pari a 54,1 milioni di litri.

I dati confermano i risvolti negativi per tutti i maggiori paesi esportatori già a partire da ottobre 2019, ad eccezione dell’Italia, il cui comparto vitivinicolo non è stato coinvolto nei dazi.
L’Italia dopo una leggera flessione ad ottobre 2019 (-3,6% a valore e -5,3% a volume) è cresciuta a novembre in valore del 6,7% (8,25 mln di USD) ed in volume (+4,1%, +812 mila litri) rispetto al 2018, mentre Spagna e soprattutto Francia subiscono un ridimensionamento notevole.
Le importazioni di vino spagnolo negli Stati Uniti hanno registrato un calo sia in termini di valore (-11,7%, 2,35 mild di USD) che di volumi (-9,2%) ma sono soprattutto i dati del vino francese ad essere preoccupanti: i transalpini perdono 34,7 mln di USD in valore (-37,8%) e calano anche i volumi delle esportazioni con un -7,9%.
Ciò che deve far riflettere è il fatto che, sino alla recente tregua siglata a Davos, il vino francese ha subito non solo una battuta d’arresto in termini quantitativi ma ha perso drasticamente di valore, più di un terzo rispetto al 2018.

Questi dati sono ancor più preoccupanti se relazionati con i risultati ottenuti nei mesi precedenti ai dazi USA imposti sul vino francese.
Da gennaio ad ottobre 2019 le esportazioni francesi di vino avevano registrato esiti altalenanti ma positivi, sia in valore che in volume.
Anche nel mese di ottobre 2019 (mese in cui sono stati ufficialmente imposti i dazi) il vino transalpino aveva messo a segno un +26,6% a valore ed un +21,3% a volume rispetto al 2018. Alla luce di queste considerazioni il calo si rivela ancora più perentorio e fulmineo, nessun altro paese esportatore ha subito un decremento di tale portata.
La Spagna ha registrato una flessione sin da ottobre 2019 (- 16,5% a valore e -15,8% a volume) per poi limitare il passivo a novembre con un -11,7% a valore (circa 2,5 mln USD) ed un -9,2% a volume (314 mila litri in meno). Un andamento non certo positivo e rasserenante.

L’Italia rivela una certa instabilità nelle esportazioni verso gli Stati Uniti con un inizio 2019 pressoché disastroso in termini di valore (-19,6% a febbraio, -16,3% ad aprile) ed un andamento oscillatorio sia in volume che in valore. Sicuramente il nostro paese si sta avvalendo della congiuntura negativa causata dai dazi statunitensi che hanno colpito i suoi principali competitor europei (Francia e Spagna in primis) ma la festa è già finita prima ancora di iniziare.

Dal mese prossimo potremmo verificare le reazioni statunitensi ed i risvolti che avrà la web-tax (anche detta digital tax) destinata a colpire, con un prelievo del 3%, le imprese con ricavi globali superiori ai 750 milioni di euro ed incassi derivanti da servizi online in Italia non inferiori a 5,5 milioni. 
Già inserita dal governo italiano nel testo della Legge di Bilancio 2020, è in discussione proprio in questi giorni al Senato.
Ai posteri l’ardua sentenza.