L’ennesimo scandalo nel territorio dell’Oltrepo’ Pavese era nell’aria. Da tempo, purtroppo, si sentivano rumors al riguardo e, inoltre, quando i problemi non vengono affrontati con coraggio fino in fondo il rischio di rimanere in un limbo pericoloso è assai elevato.
Certo, come giustamente ha ricordato il bravo collega Maurizio Gily su Millevigne, lascia basiti sentire le presunte (almeno fino ad oggi) colpe dei responsabili della Cantina sociale di Canneto Pavese che ha portato addirittura a 5 arresti tra dirigenti e collaboratori.
Una truffa che – come ha scritto Gily – ha riesumato addirittura “l’immortale ‘bastone’: un po’ di mosto, acqua, zucchero, sali minerali e acidi organici, lievito e tutto in vasca a fermentare”.
Un vecchio “trucco” che si aggiunge agli altri sempre noti da ascrivere alla cosiddetta “moltiplicazione miracolosa dei bollini” sempre per dirla alla Gily.
Ma questo ennesimo colpo alla reputazione dell’Oltrepò deve rappresentare almeno un’occasione da non perdere per riflettere sull’attuale stato del vino italiano che per certi aspetti sembra fare riemergere vecchie contraddizioni ma anche evidenti limiti presenti.
Si riteneva che le frodi di un certo tipo nel nostro amato comparto fossero ormai cosa del passato e pertanto quest’ultimo scandalo ha fatto ancor più male.
E cosa ben peggiore ulteriori rumors provenienti dal comparto fanno presagire responsabilità ancor più allargate a quante finora accertate.
Quest’ultimo aspetto deve far riflettere, a nostro parere, molto perché si deve essere coscienti che il nostro settore vitivinicolo è altamente esposto ai rischi di immagine. Purtroppo, infatti, nonostante dal drammatico scandalo del metanolo siano ormai passati circa 34 anni, i consumatori continuano giustamente ad essere sensibili a tutte le tematiche che coinvolgono i comparti dell’agroalimentare.
Insomma, in estrema sintesi, l’indotto negativo che determina questi episodi è molto più elevato di quanto si possa immaginare.
Fatti di questo genere ci riportano indietro di decenni e non possiamo certo prendercela con una parte della stampa generalista che affronta queste tematiche con molta superficialità e spesso anche con alcune interpretazioni sbagliate.
Sono tante le domande da porci a questo punto. La prima non può non riguardare proprio l’Oltrepò che a nostro parere continua a rappresentare una grande contraddizione del nostro sistema vino.
Ma a questo punto appare inutile continuare a chiedersi come un territorio così storicamente importante dal punto di vista enologico, con una vocazionalità alla qualità indiscussa, non riesca ad uscire definitivamente dal “pantano” in cui da tempo si dibatte.
Ci dispiace affermarlo ma si ha la sensazione che nell’Oltrepò non si è presa coscienza chiara della necessità di un cambio di rotta generale che non si può fermare a qualche dichiarazione d’intenti.
Più volte, anche in questi ultimi anni, siamo stati in questo straordinario territorio chiamati da qualche produttore, o gruppo di produttori, che ci sembravano sinceramente intenzionati a costruire una nuova immagine di questa terra. Ma alle parole, purtroppo, non sono seguiti fatti concreti. E anche i numerosi cambi e litigi “consortili” purtroppo lo testimoniano più delle nostre parole.
Ma la lezione dell’Oltrepo’ non deve fermarsi “solo” tra le belle colline di quella terra ma deve rappresentare un monito e uno sprone per tutto il nostro settore.
Per questa ragione, ad esempio, dobbiamo riuscire a dare un senso concreto e credibile a concetti come la tracciabilità e la sostenibilità delle nostre produzioni. Troppo spesso, infatti, abbiamo generato una grande confusione attorno a tematiche così strategiche per la credibilità di tutto il nostro sistema.
È inutile negare che molta della “tracciabilità” che il settore vitivinicolo ha “promesso” ai consumatori e rimasta più sulla carta e molto meno su strumenti di controllo veri e autorevoli.
Si immaginava, fin dai tempi del dopo metanolo e ancor più a fine anni 90 con l’introduzione delle norme haccp che il nostro settore si sarebbe dotato di strumenti di tracciabilità informatizzati che garantissero reali certezze sui vari step della filiera produttiva.
I fatti di oggi, purtroppo, ci consegnano una realtà molto diversa, dando la sgradevole e preoccupante sensazione che i “buchi” nella nostra amata filiera vitivinicola siano molti di più di quelli che immaginavamo.
Sappiamo tutti bene che oggi esistono numerosi strumenti per garantire un controllo serio di tutta la nostra filiera ma dobbiamo anche avere il coraggio di rimuovere ancora troppe zone d’ombra.
Zone d’ombra dettate anche dall’italica attitudine al non fare squadra e a generare una proliferazione di enti preposti a controlli e inseriti in un mare di diversi (si fa per dire) disciplinari di produzione.
Non possiamo chiedere una sburocratizzazione del sistema e poi sottostare a una vastità inspiegabile di progetti di sostenibilità, di tracciabilità, di controlli della filiera solo sulla carta.
Il paradosso, infatti, è che comunque abbiamo pagato molto, troppo, una tracciabilità di fatto incompleta e per certi aspetti decisamente inaffidabile.
Nella confusione di ruoli e di norme a cui fare riferimento i “furbi”, per non dir di peggio, sguazzano.
Ma queste recenti vicende hanno ancora una volta fatto emergere un’emergenza che noi di Wine Meridian abbiamo più volte sottolineato: la perdurante mediocrità nel management di numerose nostre aziende. Le cosiddette scorciatoie, infatti, sono la strategia solo dei manager incompetenti.
Speriamo, pertanto, che anche quest’ultimo triste caso, sia uno stimolo per capire che la competitività del nostro comparto passa inevitabilmente dalla crescita culturale dei manager del vino.
Il preoccupante ritorno degli scandali del vino
Quanto successo nell’Oltrepo’ Pavese deve essere un’opportunità per il settore vitivinicolo italiano per riflettere sull’attuale situazione che fa riemergere alcune vecchie contraddizioni del passato e alcuni limiti del presente












































