“L’erba del vicino è sempre più verde, ed è forse per questo che – ha spiegato il senatore Dario Stefàno, nell’ambito del Wine Tech Symposium organizzato da Divinea e tenutosi il 20 novembre scorso a Greve in Chianti, negli spazi di Castello Vicchiomaggio – la stragrande maggioranza delle scuole alberghiere e degli istituti tecnici di tutta Italia non insegna la cultura del luogo, ma offre corsi di cucina internazionale. Aprire le proprie vedute e conoscere altre culture è giustissimo, ma perché mai cimentarsi nello studio di altre realtà se non si conosce prima la propria tradizione?”.

Il vino è «una locomotiva». Così lo ha definito Stefàno, che parla dell’Italia come del Paese dei paradossi. Già, perché proprio quando all’inizio degli anni ’90 si è deciso – grazie alla lungimirante idea di Donatella Cinelli Colombini – di aprire le cantine al pubblico, il popolo italiano ha votato un referendum che ha cancellato il ministero del turismo. Da allora, fino ad oggi, l’Italia non ha una strategia turistica nazionale e, anzi, ogni regione cerca di regolamentarsi da sé. Nonostante gli sforzi che ogni regione ha messo in atto per offrire un’esperienza indimenticabile, ogni enoturista che si reca in cantina, espone il titolare a due sanzioni: amministrativa e fiscale, proprio perché non c’è un quadro normativo che regoli le attività a livello nazionale.

Ed è per questo motivo che Dario Stefàno, durante il suo mandato, ha presentato diverse proposte normative che potessero regolare le visite enoturistiche in modo chiaro. La sua norma nazionale, a cui è seguito apposito decreto, avrebbe dovuto essere recepita da tutte le regioni italiane, ma, ad oggi, solo 11 hanno raccolto quella che è una opportunità. Perché? Forse per pigrizia o forse anche per mancanza di quell’orgoglio identitario rispetto ad una serie di autoctonie, di storie e di culture territoriali che ci hanno resi unici e riconoscibili in tutto il mondo e che noi italiani siamo i primi a sottovalutare ed a rinnegare. Per utilizzare un altro modo di dire: «chi ha pane non ha denti».

“Noi, di pane – ha detto Stefàno – ne abbiamo da vendere, eppure lo trascuriamo, lo raccontiamo quasi con fatica, perchè quasi non ci rendiamo conto del suo valore. Per troppo tempo ci siamo voluti dimenticare dei nostri valori identitari soprattuto legati alla tradizione agricola, perché troppo impegnati a convertirci ad altre esperienze, magari all’apparenza più innovative o più divertenti”. Ma se una cosa abbiamo imparato da Wine Tech Symposium è che gli enoturisti, italiani e non, hanno smesso da tempo – ammesso che le abbiano mai cercate – di bramare esperienze che fossero interessanti solo in superficie per poi rivelarsi estremamente deludenti in profondità.

È probabile che abbiamo, per troppo tempo, cercato la soluzione nel posto sbagliato: in Italia siamo ricchi di materie prime, perché costruire artificialmente qualcosa che risulterebbe falso se abbiamo a disposizione un tesoro unico?

“L’enogastronomia italiana raggiunge i più alti livelli per qualità e tradizione – ha concluso Stefàno – e, se ci rivolgiamo all’ENO, in particolare, non c’è nessun altro Paese che abbia «i nostri vitigni autoctoni, le nostre doc, le nostre tradizioni così forti, se solo ci convincessimo che non sono un peso del passato ma possono essere un’occasione di prospettiva per il futuro…”.