Rosato, Chiaretto o Cerasuolo?
Proviamo a fare chiarezza al convegno di wine2wine dal titolo “Di che colore è il tuo Rosè?”attraverso gli interventi di Robert Camuto (giornalista statunitense, collaboratore di Wine Spectator), Tara Empson (CEO di Empson & Co.) e Angelo Peretti (Giornalista, direttore responsabile di The Internet Gourmet).

“Per capire il Rosè dobbiamo concentrarci sull’approccio francese”, questo è l’incipit con cui Angelo Peretti apre il convegno dedicato in particolare al mercato americano del “vino rosa”. “In Francia hanno creato un centro studi per analizzare ogni aspetto di questo vino” prosegue il giornalista italiano, “partendo dal colore, dalle nuance e dalle sfumature, particolari assolutamente da non sottovalutare. Questo è fondamentale per connotare un vino come il Rosè e dargli una riconoscibilità precisa. Il Rosè francese anche per questo è leader sul mercato statunitense con 2 milioni di bottiglie vendute nel 2018″.
E l’Italia? questo è il quesito che ci interessa analizzare, partendo innanzitutto dalla risposta del mercato Usa, testimoniata dai dati ufficiali dell’Agenzia ICE: +31,8% l’incremento di vendite (in valore) e +21,1% l’incremento di vendite (in quantità) dei vini rosa italiani negli Usa.
Dati che fanno ben sperare, anche se i vini rosa italiani rappresentano attualmente solo il 6% dell’intero mercato di questa tipologia, dominato dai francesi. Se guardiamo il bicchiere mezzo pieno, verrebbe da dire che ci sono ampi margini di crescita per i nostri Rosato, Cerasuolo e Chiaretto.
Rosato, Cerasuolo e Chiaretto appunto, nel Bel Paese da nord a sud troviamo diverse denominazioni per la stessa tipologia di prodotto. Chiaretto nella zona del Garda veneto e lombardo, Cerasuolo in Abruzzo, Rosato in gran parte del meridione, in particolare Puglia e Calabria. Questo è già un evidente segnale della proposta frammentata e dell’incapacità di fare “sistema” tra i vari consorzi e produttori.
È necessario trovare una denominazione comune in Italia ed in questa direzione va la proposta dei tre relatori, il nome più adeguato è “Vino Rosa”. 
C’è grande spazio per il “Vino Rosa” non solo all’estero ma anche in Italia, visto che il consumo interno si attesta sul 5% del totale, contro il 10% della media europea ed il 23-25% del consumo interno francese. Il Rosè francese in Italia non è entrato se non in maniera molto limitata, di conseguenza ci sono ampi spazi e margini di crescita anche sul fronte nostrano.
in primis sul nostro territorio, attraverso la definizione di una identità comune ben riconoscibile e spendibile in patria e all’estero, prendendo spunto dall’esperienza francese: “Quando si va in Provenza, ci si trova esposti non solo ad un prodotto del territorio ma ad uno stile di vita, in Italia non trovo questa mentalità, questa proposta”.
per competere, connotare e promuovere il “vino rosa” italiano è d’obbligo unire gli intenti e riconvertire parte dei territori vocati, oggi “occupati” da produzioni di vino rosso di medio-bassa qualità che stanno drasticamente perdendo appeal sia in Italia che negli Stati Uniti.