Torna più che mai prepotente in questi giorni di isolamento il tema “cambiamento climatico”, proprio quando le minacce alla salute dell’uomo ci portano a riflettere su ciò che è essenziale, sulla sussistenza strettamente connessa all’ambiente, all’agricoltura e alla produzione vitivinicola. È bene ricordare che la storia del pianeta terra è un succedersi di cambiamenti dall’era Mesozoica fino al Quaternario, il periodo più recente della geologia terrestre caratterizzato da modificazioni climatiche con espansione e ritiro dei ghiacciai. Nulla di nuovo all’orizzonte se già alla fine del Medioevo l’Optimum Climatico Medioevale aveva portato la coltivazione della vite ad altimetrie importanti come i 1350 metri della Valle D’Aosta mentre, durante la Piccola Era Glaciale del 1185 d.C., la vite non fu più coltivata nella Germania settentrionale. E come disse il filosofo e storico Giambattista Vico: “È dagli sterminati abissi del passato che si comprende il presente e si costruisce il futuro”. L’impatto dei cambiamenti climatici sulla vite è dunque significativamente importante: prima di tutto perché incide sui processi di maturazione sia fenolica che tecnologica con il rischio di avere, anche nelle zone a clima temperato, anticipi di vendemmie e mancanza di contemporaneità tra le due maturazioni. In secondo luogo perché la maggiore produzione di zucchero porta una crescita del titolo alcolometrico, mentre la caduta dell’acidità e della freschezza modificano i profili aromatici dei vini bianchi alterando i profumi ed evidenziando i sentori di invecchiamento. Quali allora le strategie per contrastare gli effetti negativi del surriscaldamento globale in campo vitivinicolo? I contributi sono vari e prendono in considerazione l’adattamento e il cambiamento sul breve e lungo periodo, interessando la scelta dei portainnesti e il sistema di allevamento, la zonazione e la valutazione degli apporti idrici, l’approfondimento radicale in fase di impianto, la gestione oculata dei sistemi d’irrigazione. Con una buona conoscenza agronomica è possibile intervenire sull’ombreggiamento dei grappoli e procedere ad una specifica lotta fitosanitaria. Anche l’allevamento della vite su terrazzamenti, l’orientamento a sud per accogliere temperature più calde, o viceversa, la collocazione dei vigneti ad altitudini sempre più elevate alla ricerca giornaliera dell’escursione termica – fattore determinante per la qualità delle uve – sono le abilità che hanno permesso di far fronte fino ad oggi al climate change. Persino la realizzazione del Metodo Champenoise a firma dei vigneron francesi, successivo alla piccola glaciazione, è ascrivibile ad un processo di adattamento alle variazione climatiche.

Lo sa bene Alois Lageder, vignaiolo altoatesino vocato alla biodinamica che da trent’anni si sta interessando del progressivo innalzamento delle temperature in relazione alla viticoltura. Da sempre lo fa scegliendo un percorso di adattamento secondo i principi della sua gestione biologico ” dinamica, olistica e sostenibile sia in vigneto che in cantina. La fa ragionando su uno dei vitigni, il Pinot grigio, che più di ogni altro è carente per propria fisiologia di acidità e freschezza. “Se vogliamo continuare ad enfatizzare le caratteristiche di vivacità e di precisione dei nostri vini, dobbiamo necessariamente intraprendere un percorso diverso e adattarci a questo nuovo ambiente che ci circonda”. Si ragiona quindi su vinificazioni e assemblaggi. PORER, Pinot Grigio, è proprio il frutto di tre vinificazioni diverse. La prima avviene in modo classico. La seconda vede prima un breve contatto sulle bucce – circa 12 ore ” per poi continuare la fermentazione in modo spontaneo. La terza avviene a grappolo intero senza diraspatura e una successiva sosta su raspi e bucce per circa 5-8 mesi. Ciascuna di esse va a comporlo ogni anno in modo diverso. L’obiettivo è sempre l’eleganza, la freschezza, la sapidità. “Tutto dipende dall’annata, dalla vendemmia ma anche dalle nostre sensazioni” ” riferisce Lageder. PORER Pinot Grigio, vendemmia 2019, è l’unione per il 65% della prima componente, per il 20% della seconda componente, per il 15% della terza componente.

Un percorso nel quale si possono trovare più soluzioni e per questo motivo la Tenuta vinicola ha esteso la sfida ad ulteriori protagonisti. Un progetto esclusivo, un kit “Blend your own PORER”, costituito dai tre campioni di botte attraverso il quale ricercare la propria idea di freschezza.
Il nostro PORER 2019 noi lo abbiamo composto così: 40% prima vinificazione, 40% seconda vinificazione, 20% terza vinificazione. 


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