Da pochi mesi Robert Parker, il padre della critica enologica moderna, si gode la sua meritata pensione, magari finalmente potendosi godere qualche ottima bottiglia di vino senza doverla necessariamente giudicare.
La sua uscita dai riflettori ha riacceso il dibattito sul futuro della critica enologica e, in particolare, sulla validità dei punteggi (il cosiddetto rating) attribuiti ai vini. Insomma per qualche autorevole osservatore sarebbe partito il conto alla rovescia per lo storico modello dei 100 punti, reso famoso appunto ormai quasi 40 anni fa su Wine Advocat di Robert Parker e poi diffuso sui più importanti magazine e guide di critica enologica internazionale.
Ultimo intervento in ordine di tempo su questo tema è quello di Jeff Siegel che su Meininger’s Wine Business International ha scritto un articolo dall’eloquente titolo: “Do scores still work?” (I punteggi funzionano ancora?). E ancor più chiaro è il sottotitolo: “Ci sono segnali che i giorni del punteggio ai vini, una volta potente, stanno finendo”.
L’articolo di Siegel riprende i commenti di alcuni importanti wine manager che gestiscono wine shop in varie parti degli Usa dai quali emerge un quadro abbastanza composito. Di fatto è ormai chiaro che l’influenza dei punteggi non è più così elevata come nel passato sia per una maggiore competenza dei consumatori sia per l’aumento vertiginoso di etichette comprese le private label che quasi sempre sono fuori dai riflettori della critica enologica.
Come pure emerge la necessità espressa da parte dei “venditori” di vino di avere comunque strumenti che facilitino le scelte dei loro clienti.
Se quindi si evidenziano falle nel sistema tradizionale di critica enologica è indubbio che vada trovata presto un’alternativa credibile e sostenibile.
Su questo punto si era già espresso recentemente il noto editorialista del New York Times, Isaac Asimov che aveva scritto come oggi “la cosa più preziosa che i critici enologici dovrebbero fare è quella di aiutare i consumatori a sviluppare fiducia in loro stessi per pensare e scegliere da soli”.
In sostanza Asimov evidenzia la necessità che la critica enologica oggi debba fornire ai consumatori gli strumenti per educare se stessi.
“Tutti ormai concordano – scrive Asimov – sul fatto che il vino è intimidatorio e rende le persone ansiose. Rendendolo meno arcano, i consumatori avranno maggiori probabilità di abbracciare il vino come un piacere, piuttosto che evitarlo come un peso”.
E secondo il noto critico del vino del NYT, le attuali recensioni del vino non aiutano a raggiungere l’obiettivo sopra descritto, anzi fanno l’esatto contrario.
“Sottoponendo all’apparenza ogni bottiglia alla valutazione – spiega Asimov – anno dopo anno, queste recensioni danno la sensazione che la qualità di un vino sia casuale”.
“Con questo modello di recensioni – aggiunge Asimov nel suo editoriale – i consumatori non sono liberati dalla conoscenza, mentre sono vincolati a dei revisori, e il massimo che potranno fare è decidere se i propri gusti sono in relazione con quelli di un critico o di un altro”
Di fatto secondo Asimov le recensioni sulle bottiglie siffatte non sono per nulla affidabili.
“Il vino, infatti – scrive Asimov a quest’ultimo riguardo – più di ogni altra bevanda, è soggetta al contesto in cui viene consumata. Le percezioni di un particolare vino cambiano a seconda del tuo umore, di cosa stai mangiando, del tempo, da quanto tempo è stata aperta, da quanto è nel bicchiere, dalla temperatura del vino, sia che tu stia ascoltando musica o da altre innumerevoli condizioni”.
Eliminare tutte queste condizioni dal giudizio significa fare recensioni non solo non credibili ma nemmeno utili per i consumatori.
“I critici assaggiano – conclude Asimov – sputano in modo da diminuire gli effetti dell’alcol, valutano, forse assaggiano e sputano ancora una volta, e passano al bicchiere successivo”.
Ci si può fidare di tutto questo? E’ la domanda implicita del pensiero di Asimov.
Difficile non concordare con le valutazioni di Asimov ma al tempo stesso non appare tutt’oggi chiara l’alternativa.
Sentiamo tutti l’esigenza di un’evoluzione dei criteri di critica enologica, perché pensare ad un immediato processo di acculturamento di tutti i consumatori di vino nel mondo è ovviamente alquanto illusorio.
Nel nostro piccolo lo scriviamo da tempo e per questo più che crociate contro la critica enologica “tradizionale” servono confronti aperti, trasparenti e coraggiosi.
Il rischio è che tutto finisca senza un’alternativa pronta in tasca…
Ma con Parker sono andati in pensione anche i punteggi dei vini?
Si fa sempre più ampio il dibattito sul futuro della critica enologica e, in particolare, sul ruolo del “vecchio” metodo dei punteggi che per alcuni autorevoli osservatori avrebbe esaurito il suo compito












































