MIVA e Associazione Vivaisti Viticoli FVG propongono di destinare le risorse OCM alla ristrutturazione e riconversione dei vigneti, puntando su genetica, varietà e portinnesti adatti al clima che cambia. Chiedono inoltre alla filiera di riconoscere il valore di tracciabilità, certificazione e garanzie sanitarie della barbatella, e auspicano un progetto nazionale di rinnovamento.
Investire le risorse disponibili per rinnovare il vigneto italiano e riconoscere il valore del materiale di propagazione certificato: sono le due richieste che MIVA (Moltiplicatori Italiani Viticoli Associati) e Associazione Vivaisti Viticoli Friuli Venezia Giulia portano insieme alla filiera. Le due realtà rappresentano la quasi totalità del comparto vivaistico italiano.
Le associazioni vedono nella ristrutturazione e riconversione dei vigneti la risposta alla crisi. Si tratta di uno strumento già previsto dalla politica vitivinicola europea e dal Piano Strategico della PAC, da trasformare in una vera leva di innovazione. I contributi all’espianto riducono invece in modo permanente un patrimonio produttivo costruito in decenni.
«Investiamo per rendere i vigneti adatti al futuro – afferma Dino Scanavino, presidente di MIVA –. Ridurre oggi il potenziale viticolo significa intervenire sugli effetti della crisi anziché sulle sue cause. Abbiamo l’opportunità di accompagnare le aziende verso vigneti più efficienti, resilienti e capaci di produrre ciò che il mercato chiederà nei prossimi anni».
Una crisi che viene da due direzioni
I numeri mostrano l’urgenza. Al 31 luglio 2026, alla vigilia di una vendemmia insolitamente anticipata, nelle cantine italiane erano presenti 42,6 milioni di ettolitri di vino (+6,9% sullo stesso periodo del 2025) e 3,1 milioni di ettolitri di mosti (+31,5%).
La domanda intanto rallenta. Nel primo semestre 2026 l’export vinicolo italiano si è fermato a poco più di 3,6 miliardi di euro, con un calo del 6,2% a valore e del 4% a volume. I vini fermi imbottigliati hanno perso l’8,9% a valore e le vendite in GDO sul mercato interno hanno registrato una flessione del 2,5% a volume.
A queste difficoltà commerciali si sommano quelle climatiche: maturazioni accelerate, vendemmie anticipate, temperature elevate ed eventi meteorologici sempre più imprevedibili. Clima e mercato esercitano due pressioni contemporanee sul medesimo modello produttivo, che fatica a reggere.
Ristrutturare significa ripensare il vigneto
Per MIVA e Associazione Vivaisti Viticoli FVG la misura di ristrutturazione e riconversione deve compiere un salto di qualità. Troppo spesso ristrutturare ha significato sostituire un vecchio vigneto con uno nuovo sostanzialmente uguale, con le stesse varietà, cloni, portinnesti, densità e sistemi di allevamento, senza considerare a sufficienza l’evoluzione climatica e commerciale.
Le associazioni propongono di incentivare un rinnovamento strutturale e consapevole, fondato su:
- varietà e cloni capaci di conservare acidità, equilibrio e qualità anche con climi più caldi;
- portinnesti più efficienti nell’uso dell’acqua e adatti ai diversi suoli;
- varietà resistenti alle malattie;
- materiale vegetale selezionato per le nuove condizioni pedoclimatiche;
- sistemi di allevamento e gestione della chioma adatti agli estremi climatici.
«Dobbiamo uscire dalla logica della semplice sostituzione – sottolinea Yuri Zambon, direttore di VCR, a nome dell’Associazione Vivaisti Viticoli FVG –. Se estirpiamo un Merlot per ripiantare lo stesso Merlot, con lo stesso modello produttivo, abbiamo rinnovato l’età del vigneto. Genetica, varietà, cloni, portinnesti e forme di allevamento devono diventare parte di una strategia che parta da una domanda molto semplice: quale vino dovremo produrre e vendere tra dieci o quindici anni?».
Gli espianti lasciano un’eredità difficile da recuperare
L’esperienza passata invita alla prudenza. Le politiche di espianto già adottate hanno lasciato aperti gli squilibri tra domanda e offerta e possono produrre conseguenze difficilmente reversibili. Il tema è particolarmente delicato per i vigneti storici e collinari, dove la viticoltura è anche presidio territoriale e paesaggistico e contribuisce a contrastare abbandono e dissesto idrogeologico.
Progettare il vino partendo dal vigneto
Il rinnovamento deve coinvolgere anche il prodotto. La crescente domanda di vini a minore gradazione alcolica può trovare risposta direttamente in vigneto, con genetiche, cloni, portinnesti, tecniche agronomiche ed epoche di raccolta capaci di raggiungere la maturità aromatica e fenolica con concentrazioni zuccherine inferiori. Gli interventi tecnologici in cantina restano un’opzione complementare, e la destinazione delle eccedenze segue una logica diversa.
«Progettiamo il vigneto in funzione del vino che il consumatore chiederà – aggiunge Zambon –. Il vivaismo mette a disposizione della filiera genetica, conoscenza agronomica e materiale vegetale per accompagnare concretamente questa trasformazione».
Più tracciabilità, più responsabilità, più valore
Rinnovare il vigneto richiede materiale di propagazione affidabile. Dalla prossima e ormai imminente campagna di commercializzazione, il quadro definito dal Reg. (UE) 2016/2031 e dalla normativa europea sulla certificazione del materiale viticolo impone agli operatori autorizzati procedure sempre più rigorose di identificazione, tracciabilità e controllo lungo la filiera, attraverso il passaporto delle piante.
Il rafforzamento delle responsabilità sul fronte della tracciabilità e delle garanzie fitosanitarie richiede un impegno importante nell’organizzazione della produzione, con registrazioni, controlli, personale qualificato e maggiori oneri tecnici e documentali. Questi costi ricadono sulle imprese vivaistiche. Ne beneficia il viticoltore, che riceve garanzie più alte, e in ultima analisi la qualità del vigneto che nasce da quel materiale.
«Una barbatella è molto più di una pianta – sottolinea Scanavino –. Porta con sé un’identità varietale e clonale verificata, uno stato sanitario controllato, una storia produttiva tracciabile e un sistema di certificazione. Sono garanzie che richiedono investimenti e responsabilità crescenti e che fanno parte del valore del prodotto».
Il prezzo come un elemento tra gli altri
La questione assume maggiore rilevanza in una fase di aumento dei costi di produzione: energia, carburanti, fertilizzanti, prodotti per la difesa, manodopera e adempimenti pesano sempre di più sull’attività vivaistica.
MIVA e Associazione Vivaisti Viticoli FVG giudicano pericolosa una competizione giocata solo sulla riduzione dei prezzi. Una corsa al ribasso rischia di comprimere gli investimenti in ricerca, selezione sanitaria, miglioramento genetico, certificazione e qualità del materiale di propagazione, cioè le risorse che servono ad accompagnare il rinnovamento della viticoltura italiana.
«Chiediamo che venga riconosciuto il valore di ciò che accompagna ogni pianta: selezione genetica e sanitaria, certificazione, tracciabilità, ricerca e assistenza tecnica – precisa Zambon –. Il costo della barbatella rappresenta una quota limitata dell’investimento complessivo per realizzare un vigneto, ma la sua qualità può condizionarne sanità, produttività e valore per decenni».
«Il confronto tra fornitori è naturale e positivo quando avviene su qualità, innovazione, servizio e capacità tecnica – aggiunge Scanavino –. Diventa un problema per tutta la filiera quando l’unico parametro è il prezzo più basso».
«Ogni vigneto nasce da una scelta che produrrà effetti per venti o trent’anni – osserva ancora Zambon –. Una barbatella certificata, sana, tracciata e geneticamente affidabile è la prima assicurazione sulla qualità del vigneto e del vino che nascerà».
Un progetto nazionale per il vigneto italiano
Le due associazioni propongono di aprire un confronto con istituzioni, organizzazioni di filiera, Consorzi e mondo della ricerca per costruire un progetto nazionale di rinnovamento del vigneto italiano, che colleghi risorse pubbliche, ricerca genetica, sostenibilità, adattamento climatico e strategie di mercato.
«Il primato enologico italiano si difende producendo meglio e progettando oggi il vigneto di cui avremo bisogno domani – conclude Scanavino –. Il vivaismo italiano è pronto a lavorare su questo terreno insieme a produttori, Consorzi, ricerca e istituzioni».
Punti chiave
- Risorse OCM al rinnovamento: le associazioni chiedono di finanziare ristrutturazione e riconversione dei vigneti anziché gli espianti.
- Ristrutturare significa innovare: varietà, cloni e portinnesti devono rispondere a un clima più caldo e a nuove richieste del mercato.
- Crisi su due fronti: cantine con 42,6 milioni di ettolitri (+6,9%) ed export in calo del 6,2% a valore.
- Barbatella certificata, più valore: tracciabilità, passaporto delle piante e controlli sanitari comportano costi crescenti per i vivaisti.
- Progetto nazionale: istituzioni, filiera, Consorzi e ricerca sono invitati a costruire il rinnovamento del vigneto italiano.



































































