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C’è una cosa che più di tutte comincia davvero a mancarmi: una cena al ristorante. Lo so, non sono sola; manca anche a voi. L’ultima volta che abbiamo cenato rilassati con gli amici e senza mascherina, sembra ormai una vita fa. A dire il vero non deve essere per forza una cena, io in generale amo anche il “pranzo”: quello estivo e leggero consumato in riva al mare, magari con una bella bottiglia di vino bianco, dalle mie parti sarebbe un Pigato. Oppure quei pranzetti da domenica del villaggio, con tovaglie a quadri bianche e rosse, salame e formaggio, frittate e torte salate. Ma perché poi vi parlo di pranzi e di cene? Semplice, perché il vino a tavola non può mai mancare, è il compendio necessario, è quel matrimonio d’amore che ora esalta il piatto, ora si esalta da sé. E mentre cerchiamo di capire gli abbinamenti, come sposare al meglio pietanze e bottiglie, se scegliere il percorso territoriale, regionale o quello del pragmatismo inglese (nessun abbinamento) io provo ad abbinare a questa nuova batteria di vini di aprile alcuni piatti della tradizione. E voi che rapporto avete con gli abbinamenti?
            

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Rubesco, Rosso di Torgiano DOC è un vero “must have”, un vino patrimonio dell’umanità che dal 1962 simboleggia l’Umbria enologica. Non è un’affermazione buttata lì, la mia, perché il Sangiovese e il Canaiolo umbro hanno conquistato davvero tutti i mercati del mondo con le loro 450.000 bottiglie prodotte. Patrimonio mondiale quindi, il calice amato dal winelover americano, giapponese, messicano e coreano, che stravolge abbinamenti, piatti, consuetudini. Vera e propria icona, incarna la modernità, l’intelligenza e l’acume di Giorgio Lungarotti: un sorso avanguardista per anni modello di riferimento, manifestazione della crescita di un territorio, tanto da aver nutrito l’anima in una condivisione di sorsi, di spazi e di luoghi. Rincorso da mode e da gusti, inseguito dalle tendenze francesi ma capace di totale integrità. Essendo rimasto fedele a sé stesso, ancorato alla sua promessa d’identità, si riscopre oggi certezza di una azienda che ne ha fatto il tratto distintivo della sua riconoscibilità. Rubesco è Lungarotti; Lungarotti è Rubesco. E ciò che mi colpisce di frequente dinanzi a mostri sacri di tale calibro, è la loro capacità di saper comunicare, con una comprensibilità del gusto, semplice e di continuo piacere. Rubesco, in costante divenire, segna le tappe della sua eterna identità grazie all’immagine raffigurante il momento della vendemmia posta sull’etichetta che riprende un particolare della Fontana Maggiore di Perugia.

Ci mangio: Ci ho abbinato l’icona gastronomica della cucina lombarda, la cotoletta alla milanese con patate al forno aromatizzate al rosmarino. Un abbinamento non territoriale ma assolutamente di gran gusto.

Bottiglie prodotte: 450.000

www.lungarotti.it