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C’è una cosa che più di tutte comincia davvero a mancarmi: una cena al ristorante. Lo so, non sono sola; manca anche a voi. L’ultima volta che abbiamo cenato rilassati con gli amici e senza mascherina, sembra ormai una vita fa. A dire il vero non deve essere per forza una cena, io in generale amo anche il “pranzo”: quello estivo e leggero consumato in riva al mare, magari con una bella bottiglia di vino bianco, dalle mie parti sarebbe un Pigato. Oppure quei pranzetti da domenica del villaggio, con tovaglie a quadri bianche e rosse, salame e formaggio, frittate e torte salate. Ma perché poi vi parlo di pranzi e di cene? Semplice, perché il vino a tavola non può mai mancare, è il compendio necessario, è quel matrimonio d’amore che ora esalta il piatto, ora si esalta da sé. E mentre cerchiamo di capire gli abbinamenti, come sposare al meglio pietanze e bottiglie, se scegliere il percorso territoriale, regionale o quello del pragmatismo inglese (nessun abbinamento) io provo ad abbinare a questa nuova batteria di vini di aprile alcuni piatti della tradizione. E voi che rapporto avete con gli abbinamenti?

            

            

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Nello scorso settembre, nell’unica finestra temporale tra le chiusure pandemiche, ho goduto di un felice tempo in vigna. Frazioni di vendemmia alla scoperta delle potenzialità di una terra unica, fertile madre di straordinari vitigni a bacca bianca. La mia guida tra le sue colline, Rocca Bernarda e Corno di Rosazzo, il confine di stato a pochi metri, l’Abbazia omonima incorniciata dai vigneti (ben 7 ettari dei suoi 25, due a bosco) è stato Cristian Specogna. Con il fratello Michele è la terza generazione di Vignaioli Specogna, un’azienda nel cuore del vigneto Friuli. Nonno Leonardo, originario delle Valli del Natisone, emigrante di ritorno dalla Svizzera, nel 1963 acquista il primo fazzoletto di terra. Il tempo non sembra aver cambiato nulla, se non la consapevolezza che qui nascono tra i migliori bianchi italiani. Le colline impacchettate tra il mare Adriatico e le montagne Carniche e i suoli di ponka, un’alternanza di marne (argille calcaree) di strati di spessore variabile e arenarie (sabbia calcificata), giocano un ruolo strategico per la complessità aromatica dei vini e per la movimentazione della linfa all’interno della pianta. Quello che mi ha colpito è l’amore per il territorio e, credetemi, non è scontato pensare di voler far bene per amore della terra. La zonazione delle vigne nasce in funzione di una completa sostenibilità. Seppur da sempre biologici, proprio per la difficoltà di affrontare quotidianamente in modo serio il tema, tecnologia e biodiversità sono diventati i riferimenti necessari. Come le stazioni metereologiche, necessarie per ottenere i dati climatici e agronomici vigna per vigna intervenendo se e solo dove serve. Arnie d’api e nuove specie arboree per tutelare l’habitat circostante. Identità è l’anima dei Colli Orientali, il vino che si stringe al petto e che racconta di usanze e costumi attraverso le uve più caratteristiche: Friulano, Malvasia, Ribolla gialla. I vigneti risalgono al secondo dopoguerra (inizio anni cinquanta) piantati all’interno dello stesso filare, come da tradizione locale. L’annata 2018 combina un vero uvaggio, perché è proprio un’unica vendemmia e vinificazione. La vinificazione, con lieviti indigeni, avviene in tonneaux di rovere e gelso. Un vino “superiore”, un sorso che è respiro della terra, sudore dell’uomo, il sorriso di due giovani fratelli capaci di prestare ascolto e assecondare l’imprevedibilità della natura.

            

Ci mangio: il prosciutto San Daniele, gioiello della gastronomia italiana. A San Daniele del Friuli, un delicato equilibrio tra umidità, temperatura e ventilazione permette di ottenere aromi unici.

            

Bottiglie prodotte: circa 2.600

            

www.specogna.it