Non può negarsi che la storia recente è stata un susseguirsi di eventi particolarmente imprevedibili: crisi pandemiche, conflitti e rincari di oltre il 30% di materie prime e fonti di energia, circostanze che in genere non vengono accolte neanche negli scenari prospettici più pessimistici; ed è altrettanto certo che tutti noi avremmo fatto volentieri a meno di confrontarci con tutto ciò.

Come imprenditori siamo sempre potenzialmente alle prese con oscillazioni di mercato, variazioni climatiche, terremoti istituzionali, imprevisti politici, e, come ci hanno insegnato gli ultimi anni, incertezze sanitarie. Ogni giorno viviamo la difficoltà di prendere decisioni di fronte a scenari incerti. Ma non è forse vero che è proprio questa oscillazione che dà valore al nostro ruolo manageriale e che fa la differenza tra un approccio imprenditoriale e un altro?

Cosa sarebbe la  nostra vita personale, professionale, sociale se lo scenario fosse sempre lo stesso? Dopo un periodo di beata inerzia gli automatismi ci ucciderebbero; insorgerebbe la noia e la rassegnazione.

Tutti  ci siamo scoperti ad aver paura, ci siamo sentiti inadeguati, abbiamo avuto quella spiacevole sensazione di dover agire in fretta per evitare le conseguenze più estreme.
E la riflessione di oggi vuole proprio partire da questo.
Crediamo fortemente che esista un modo propositivo e vitalizzante di vivere le crisi, posto che non siano eliminabili.

Scoprire la paura e arrendersi ad essa non deve essere un paradigma scontato; al contrario, la giusta dose di adrenalina può attivare i nostri sensori della sopravvivenza, imporci di valutare ciò che è essenziale e permetterci di liberarci degli orpelli. Triste ma necessario: la crisi può essere il momento in cui si rivede un’organizzazione interna, si mettono in discussione i vecchi fornitori, si smantellano le abitudini superflue.

È il momento delle idee, dell’apertura, del confronto, della crescita, della formazione; è il momento di attivare i sensi, mappare, riscrivere, valutare.  
Ma certamente è cruciale lo stato in cui l’imprevisto ci coglie.

  1. Sappiamo davvero come stiamo? Sappiamo a che punto siamo del nostro progetto imprenditoriale, siamo consapevoli dello stato dell’arte delle nostre iniziative e dello stato di salute della nostra azienda?
    Per farci cogliere preparati dobbiamo essere in grado di rispondere a queste domande: quando un organismo viene attaccato da un agente patogeno ha una capacità di reagire ben diversa se è monitorato ed è in salute.
  2. Abbiamo chiare quali sono le leve che possiamo attivare e quali rigidità invece ha la nostra struttura?
    Sapere quali sono i problemi risolvibili e quali rappresentano invece degli assunti agevola il nostro grado di reattività all’imprevisto.
  3. Siamo in grado di formulare degli scenari futuri, dando a ciascuno scenario un grado di probabilità?

È bene anticipare le situazioni e formulare le strategie più appropriate al verificarsi delle diverse ipotesi, anche e soprattutto quando sviluppare delle previsioni è estremamente difficile.
Questi elementi possono fare la differenza tra subire una crisi e cercare di trarne delle opportunità, tra prendere decisioni disorganiche di carattere emergenziale e mantenere la rotta in situazioni di tempesta.

Per farlo, è necessario attivare quella parte di noi che crede nelle nostre capacità e legge positivamente gli imprevisti della vita, che cerca le soluzioni anche quando non sono immediatamente alla portata, che decide di non arrendersi alla drammaticità degli eventi.
Possiamo trasformare l’ansia in un propulsore di cambiamento. Ma siamo noi i primi a doverci credere, qualunque sia il posto che occupiamo nel mondo e il ruolo che ricopriamo nella nostra azienda.