Sto sorseggiando un Bourbon: Bulleit Bourbon.

Niente di eccezionale, ma proprio per questo ancora più importante sarà la mia riflessione.

La bottiglia apprendo che ricorda quelle dei vecchi sciroppi e medicinali usati nell’Ottocento, ed è così che ne studio il DESIGN.

Scopro nella sua distillazione il mais, la segale e il malto d’orzo e mi addentro nella BOTANICA.

Alla vista è ambrato. I sentori al naso sono quelli delle ciliegie sotto spirito e del legno. Al palato si percepisce il miele, le spezie e alcune note piccanti. Nel finale scoppiano popcorn e caramello. Questi sono i miei SENSI.

Vengo a conoscenza del fatto che sia prodotto in Kentucky ed esploro GEOGRAFICAMENTE quelle terre.

Lì entro in contatto con i Redneck, popolazione povera ed eccentrica del sud dell’America, sfiorando i loro tratti ANTROPOLOGICI.

Vengo poi a sapere che una MUSICA di Alan Jackson li racconta: It’s alright to be Redneck.

Rimembro che quei luoghi erano narrati in un romanzo di Wendell Berry, dove un ragazzino vive un viaggio fuori ma anche dentro di sé, fra la giovinezza e l’età adulta. È così che mi disseto di LETTERATURA.

Poi mi vengono in mente i viaggi nelle loro strade perdute e il rimando è alla CINEMATOGRAFIA di Terry Gilliam con Paura e delirio a Las Vegas.

Eccola la cultura, quella che talvolta cercate ovunque senza trovarla: è tutta in un bicchiere!

Pensare che tutto è iniziato un tardo martedì sera, a seguito della richiesta di un semplice whisky.

Sono più o meno le 23:00 e ho appena terminato una lezione di Sommellerie, il tema era quello della degustazione olfattiva.

Così, armato di curiosità e attenzione mi dirigo verso il bar di un amico. Guardo la carta dei vini: pessima.

Opto dunque per un whisky, accorgendomi che la selezione e ben più ampia.

Un solo problema si propone: non so un cavolo di whisky! O per meglio dire, ne so molto poco.

Chiamo così il ragazzo che prepara i cocktail e chiedo spiegazioni. Questo, nonostante la simpatia già consolidata, arranca e farfuglia dati sparsi fra loro, senza nemmeno sapermi spiegare la differenza fra un Bourbon e un Whisky. Disagio.

Capisco però che è giovane e che forse il titolare non comprende appieno il valore della conoscenza, della comunicazione e dello storytelling da impartire a suoi soldati.

Così, con calma, cerco di esplorare da solo e assieme a lui, quando ha qualche istante libero, cosa nasconda quel bicchiere.

Le considerazioni le avete lette in principio e sono frutto di diverse risorse che avevo proprio accanto a me o comunque a disposizione. Una ricerca su Internet, qualche chiacchierata con le persone giuste su whatsapp e una conversazione nata dalla condivisione di una passione con un tizio proprio seduto al mio lato generano in men che non si dica un viaggio dentro e fuori dal bicchiere. Una galoppata culturale che nondimeno evidenzia quali dovrebbero essere alcune peculiarità dell’imprenditore (in questo caso trovato mancante).

  • Anzitutto, un soggetto d’impresa dovrebbe saper raccontare i propri prodotti in modo tecnico, dimostrando competenza e conoscenza dettagliate. Così facendo può generare autorevolezza ed evitare di scivolare nella trappola dell’approssimazione o del qualunquismo.

  • In secondo luogo deve saper incuriosire, attrare, far sentir partecipi. Le persone sono ormai sommerse di input e solo una mucca viola fra mille color grigio, per citare gli studi e il lavoro di Seth Godin (illustre esperto di marketing), può produrre soluzioni che non passino inosservate e siano capaci di creare esperienze memorabili.

  • Per finire direi che abbiamo bisogno di storie. Esse permettono ai nostri interlocutori di immedesimarsi e attivare componenti del cervello che altrimenti rimarrebbero assopite. Le storie rimandano alla narrazione della vita, ai principi dell’identità e soprattutto alle emozioni, chiave di volta ormai confermata nei processi decisionali.

Ovviamente tutto questo non succede a caso.

Per usare lo slang milanese potremmo dire fà ballà l’oeucc: che in lingua corrente possiamo tradurre con fai ballare l’occhio, ovvero stai attento, guardati intorno.

  • Si tratta di non essere assopiti, addormentati, ma sempre incuriositi dalla realtà che ci circonda, come fosse la prima volta che ne facciamo esperienza.
  • La declinazione è quella dello scienziato che si pone domande, mette in discussione e cerca le dinamiche sottese alle cose.
  • L’approccio è olistico, in grado perciò di connettere più discipline fra di loro, mostrando così la profondità insista in ogni cosa.

Insomma, come imprenditori, a maggior ragione di un prodotto come quello del vino, dovremmo essere dei curiosi capaci di trovare e far esplorare ai nostri clienti tutta la storia presente in ogni nostro singolo gioiello. Che sia rosso, bianco, rosé oppure arancione.

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