Pubblichiamo questo articolo che ci ha inviato Vincenzo Ercolino. ci sembra il modo giusto per salutare Carlo Petrini.
— La Redazione di Wine Meridian
Un giorno, davanti al mare di Nerano, in un dolce pomeriggio di giugno, durante una delle nostre tante zingarate, Carlo Petrini mi disse una cosa che allora mi parve quasi fuori luogo, forse perfino stonata rispetto alla bellezza che avevamo davanti.
“Enzino, sarai tu a fare l’elogio funebre quando non ci sarò più. E io farò il tuo, se vuoi.”
Ricordo ancora lo stupore di quel momento. Mi chiesi come fosse possibile che quel paradiso, quella luce, quel mare quieto, quella promessa di vita, gli facessero venire pensieri così definitivi. Ma Carlin era anche questo: capace di infilare la morte dentro una giornata luminosa, non per tristezza, ma perché per lui la vita andava presa tutta intera, senza separare il riso dal dolore, il vino dall’addio, la tavola dalla memoria, la battuta dalla verità.
Oggi quella promessa torna. E torna come un debito. Un debito d’amicizia, prima ancora che di parole. Un debito che sento di dover pagare, pur sapendo quanto sia difficile racchiudere in un discorso solo i mille risvolti di un’esistenza inquieta, irripetibile, piena di contraddizioni feconde, di intuizioni, di furori, di tenerezze improvvise, di genialità e di sberleffi.
Già immagino il fragore delle celebrazioni. La retorica sfavillante. Le formule solenni. I sacerdoti di una liturgia che crederanno di conoscere. Ognuno vorrà dire il suo Carlo Petrini: il fondatore, il profeta del cibo buono, pulito e giusto, l’uomo di Slow Food, Terra Madre, Pollenzo, il compagno di Papa Francesco, il difensore della biodiversità, il cantore della lentezza, il piemontese universale.
Tutto vero, certo. Ma anche tutto insufficiente.
Perché Carlin sfugge. Sfugge a ogni definizione, a ogni cornice, a ogni giudizio definitivo. Sfugge perfino alle parole che lui stesso ha consegnato al mondo. Era un visionario d’altri tempi, ma senza la posa del visionario. Era un uomo politico, ma non sopportava le gabbie della politica. Era un laico profondissimo, capace però di cogliere il senso religioso della terra, del pane, della comunità, dell’amicizia. Era un uomo di mondo che restava figlio di Bra. Un agnostico pio, come lo chiamò Papa Francesco, e forse mai definizione fu più esatta e insieme più paradossale.
La verità è che Carlin non ha mai cercato soltanto il cibo. Ha cercato l’umanità.
L’ha cercata nei contadini, nei cuochi, nei vignaioli, nei casari, negli osti, negli studenti, nei vecchi, nei giovani, nei popoli lontani, nelle comunità sperdute, nelle tavole povere, nei mercati, nei congressi, nelle osterie, nei viaggi interminabili, nelle discussioni che sembravano non finire mai. L’ha cercata senza sovrastrutture, senza l’obbligo di dare sempre una spiegazione compiuta a ciò che intuiva. Perché molte volte Carlin vedeva prima di capire. Sentiva prima di ordinare il pensiero. Annusava il futuro come si annusa un vino, un formaggio, una stagione che cambia.
E forse proprio qui stava la sua grandezza: nel non ridurre mai la vita a sistema.
Un giorno avevamo tentato di dare un ordine alle cose fatte, di mettere in fila le intuizioni, le battaglie, i luoghi, le parole, la distanza che ci separava dalla nascita di Slow Food, da Bra, dal 1989, da quella rivoluzione gentile che avrebbe portato nel mondo il diritto al piacere, la dignità culturale del cibo, la biodiversità, il rispetto dei tempi naturali, il valore delle comunità. Oggi quella distanza è diventata improvvisamente un’altra cosa. È lo spazio che ci separa da lui. Ma è anche lo spazio che lui ha riempito con quarant’anni di amicizia, di avventure, di complicità e di vita vissuta.
Quarant’anni sono tanti. Sono abbastanza per vedere un uomo in pubblico e in privato, nella forza e nella stanchezza, nella gloria e nell’irritazione, nell’entusiasmo e nei silenzi. Sono abbastanza per capire che la vera grandezza di Carlin non stava solo nelle opere che ha fondato, ma nel modo in cui abitava le relazioni.
Con lui l’amicizia non era un sentimento ornamentale. Era una sostanza. Era una forma di appartenenza. Era una tavola che si allungava sempre di un posto. Era un viaggio che prendeva deviazioni impreviste. Era una telefonata ruvida e affettuosa. Era una cazziata, quando serviva. Era una risata. Era il piacere di prendersi gioco della vita e della serietà di quelli che vogliono sempre saperla più lunga degli altri.
Quante zingarate, Carlin.
Quanti viaggi.
Quante tavole.
Quante discussioni.
Il bue grasso, il cappone di Morozzo, gli amici di Langa, Vinitaly interminabili, la laurea honoris causa al Suor Orsola Benincasa, gli Stati Uniti, Alice Waters, il Messico, Terra Madre, il principe Carlo, Guccini, il Premio Tenco, Pollenzo quando era ancora una creatura in costruzione, l’Albergo dell’Agenzia, gli incontri con Papa Francesco.
E poi il grande Azio, signor Michelin, presenza memorabile di quelle nostre liturgie laiche e scanzonate. E le cantate dopo il Bue Grasso, a casa di Rivetti, quando la serietà del mondo restava fuori dalla porta e noi, tra un bicchiere, una voce stonata, una risata e un racconto, avevamo la sensazione che la vita, almeno per qualche ora, avesse trovato il suo ordine segreto.
E poi Nerano, il mare, le battute, le promesse dette quasi per scherzo e diventate, oggi, una responsabilità.
Carlin aveva una virtù rara: sapeva trasformare ogni incontro in racconto e ogni racconto in comunità. Non era mai solo il protagonista. Era il catalizzatore. Attorno a lui le persone si riconoscevano, litigavano, ridevano, pensavano, mangiavano, bevevano, si sentivano parte di qualcosa. Non sempre era facile stargli accanto, perché gli uomini veri non sono mai facili. Ma era impossibile non volergli bene.
Aveva il dono dell’irrequietezza. Non stava mai definitivamente fermo dentro un’idea, nemmeno quando quell’idea l’aveva inventata lui. Slow Food non gli bastò, e nacque Terra Madre. Terra Madre non gli bastò, e nacque Pollenzo. Pollenzo non gli bastò, e arrivò l’ecologia integrale, il dialogo con Papa Francesco, le comunità Laudato si’. Ogni tappa sembrava il compimento di un percorso, e invece era solo un altro inizio.
Perché Carlin era fatto così: quando il mondo finalmente raggiungeva una sua intuizione, lui era già più avanti.
Oggi tutti parlano di sostenibilità, biodiversità, comunità locali, filiere corte, identità dei territori, cibo come cultura. Ma quando lui cominciò, molte di queste parole sembravano eccentriche, quasi marginali. Lui invece le prese sul serio. Le portò nelle piazze, nei congressi, nelle università, nelle campagne, nelle cucine, nei palazzi, nelle scuole, nei villaggi del mondo. Diede dignità universale ai saperi umili. Fece capire che dietro un seme, un latte, un pane, un vino, un formaggio, c’è un’intera civiltà.
Ma io oggi non voglio consegnarlo soltanto alla storia.
Voglio restituirlo alla vita.
Voglio ricordare Carlin mentre ride. Mentre si arrabbia. Mentre ascolta. Mentre interrompe. Mentre inventa un progetto impossibile e poi trova il modo di realizzarlo. Mentre prende in giro il mondo e, subito dopo, lo ama con una serietà quasi commovente. Voglio ricordarlo nella sua capacità di essere profondissimo senza diventare pesante. Di essere autorevole senza diventare monumentale. Di essere profetico senza mai smettere di essere compagno.
Per questo la retorica non gli rende giustizia. Perché Carlin non è stato un monumento. È stato un uomo vivo. Vivo fino all’ultimo. Vivo nelle sue contraddizioni, nei suoi entusiasmi, nei suoi giudizi taglienti, nella sua curiosità insaziabile, nella sua fedeltà agli amici, nel suo bisogno di umanità.
Ecco, forse la parola è proprio questa: umanità.
Non l’umanità astratta dei discorsi ufficiali, ma quella concreta, terrestre, imperfetta. L’umanità che si siede a tavola. Che condivide il pane. Che riconosce gli avi. Che custodisce la memoria. Che accoglie il viandante. Che non separa il piacere dalla responsabilità. Che sa che la vita è fragile e proprio per questo va amata, assaggiata, raccontata, difesa.
Carlin ci ha insegnato che il cibo è una lingua. Ma, più ancora, ci ha insegnato che l’amicizia è una forma di conoscenza. In quarant’anni io non ho soltanto conosciuto Carlo Petrini. Ho conosciuto il mondo attraverso di lui. Ho imparato che si può essere seri senza essere solenni, radicali senza essere fanatici, liberi senza essere soli. Ho imparato che le idee più grandi nascono spesso da cose piccole: una tavola, un orto, un bicchiere, un viaggio, una risata, una promessa davanti al mare.
Oggi quella promessa mi pesa addosso, Carlin.
Mi pesa perché non avrei mai voluto mantenerla.
Mi pesa perché nessuna parola è abbastanza.
Mi pesa perché salutare un amico di quarant’anni significa salutare anche una parte di se stessi.
Eppure so che tu non vorresti lacrime troppo ordinate né frasi troppo lucidate. So che a un certo punto avresti trovato il modo di rompere la solennità, di infilare una battuta, di riportarci tutti alla misura vera delle cose. Perché la leggerezza, con te, non era fuga. Era sapienza. Era il modo più umano per attraversare anche il dolore.
Ci siamo salutati con il solito affetto e con le solite battute. Forse non poteva esserci commiato più tuo. Perché tu, Carlin, hai sempre saputo che la vita bisogna prenderla sul serio, ma mai con quella serietà presuntuosa che la rende insopportabile.
Buon viaggio, amico mio.
Buon viaggio, Carlin.
Ti accompagni il mare di Nerano, la terra di Bra, il vento delle Langhe, le voci di Terra Madre, le tavole condivise, le risate, le cazziate, le promesse, gli amici, gli avi, i contadini, i viandanti, i tuoi sogni rimasti accesi.
E grazie.
Per l’amicizia.
Per la strada fatta insieme.
Per averci insegnato che il mondo si può cambiare anche così: cercando, ostinatamente, l’umanità che regna in ognuno di noi.














































