In questo periodo sono in molti che mi chiedono quali sono le principali sfide per il settore vitivinicolo italiano, in una fase che definirla “rivoluzionaria” non mi sembra esagerato.

Non è semplice fare una precisa gerarchia delle principali sfide per il nostro settore vitivinicolo considerando che sono tutte in qualche misura dipendenti l’una dall’altra. 

Leggi anche: E se oltre a non votare e non andare in chiesa i giovani non bevono vino?

Ho cercato, però, di individuarne le dieci che considero più rilevanti e che vi sintetizzo di seguito:

  1. Rinnovamento della classe dirigente delle imprese e delle istituzioni del vino (la risorsa umana è e sarà la chiave del futuro competitivo o meno del nostro settore). Affermare che c’è un ritardo preoccupante sul rinnovamento della governance del vino italiano è davanti agli occhi di tutti. Ma più in generale continua ad esserci un deficit di investimento in risorse umane che rischia di penalizzare drammaticamente il nostro sistema vitivinicolo. 
  2. Sviluppo concreto dell’attività enoturistica. Non si è mai parlato così tanto di enoturismo come in questi ultimi anni, stimolati soprattutto dall’esperienza del Covid e post-Covid. Purtroppo alle parole stanno seguendo pochi fatti con tante, troppe imprese che ancora faticano a considerare l’accoglienza una vera e propria business unit nella quale investire e ricavare i giusti profitti. 
  3. Ampliamento del numero dei mercati per il nostro export grazie anche ad una profonda modifica della misura Ocm vino promozione Paesi terzi. Se andiamo a guardare i dati, di fatto il nostro export si concentra in cinque mercati (Usa, Germania, UK, Canada e Svizzera). Basta che gli Usa (cosa che è in atto) dia segni negativi che la nostra bilancia commerciale ne risenta pesantemente. Abbiamo ancora un 70% del mondo che noi non affrontiamo, è forse arrivato il momento di farlo.
  4. Rinnovamento della comunicazione del vino ancora oggi ancorata ai vecchi modelli scritti nel periodo del post- metanolo (metà degli anni ’80). È diventato un nostro tormentone perché riteniamo che la comunicazione attuale del vino non sia più in grado di ampliare il bacino di consumatori e appassionati. Urgono cambiamenti.
  5. Maggiore attenzione al target giovani sia in termini comunicativi che di coinvolgimento dentro le imprese. I giovani sono sempre più lontani dal vino e il settore fa pochissimo per avvicinarli.
  6. Analisi serie dei consumatori. Inutile continuare a ripetere che cambiano i consumatori, cambiano i loro stili di vita, ma poi alla fine non facciamo nulla per indagare seriamente sulle loro diverse aspettative.
  7. Miglioramento del presidio dei mercati internazionali. C’è chi si illude ancora che sia sufficiente trovare un importatore per avere un export efficace su un determinato mercato. C’è qualcuno che spiega a queste imprese che la delega all’importatore per sviluppare il proprio business all’estero è morta?
  8. Importante rivisitazione del nostro impianto delle denominazioni. Che senso ha avere un patrimonio di oltre 500 denominazioni e sfruttarne meno della metà (e sono benevolo)? E’ arrivato il momento di mettere mano a questo assetto e soprattutto definire una nuova modalità per gestire e promuovere le nostre denominazioni. Inutile dare ruoli ai Consorzi di tutela e poi non dare loro gli strumenti per essere efficaci. 
  9. Incentivare la costituzione di reti di impresa. La struttura produttiva del vino italiano continua ad essere fortemente frammentata e per tale ragioni le reti di impresa rappresentano la risposta migliore per rispondere al limite dimensionale di tantissime nostre aziende. Ma la rete di impresa è anche uno strumento straordinario per presidiare al meglio i mercati, comunicare con voce più forte, condividere risorse umane, aumentare il proprio appeal nei confronti dei buyer.
  10. Investimento maggiore (ci vuole poco) in marketing e comunicazione delle nostre imprese. L’investimento medio in comunicazione delle imprese del vino italiane con difficoltà supera l’1%, basta citare solo questo dato per affermare senza paura di essere smentiti che il vino italiano di fatto non comunica.