La Cantina Sociale di Trento è un’eccellenza cooperativa nel cuore della città, dove 400 famiglie coltivano vigneti urbani. L’articolo esplora l’intreccio tra vino, comunità, sostenibilità e la sfida del ricambio generazionale, evidenziando come il vino sia espressione di un’identità collettiva e di un territorio da custodire.

La prima cosa che ci è stata mostrata entrando in Cantina non è stata una bottiglia. Né un insegna.
È stata un dipinto.
Un’immagine appesa a una parete d’ufficio, piena di persone. Uomini, donne, bambini.
“Questa è la nostra cantina,” ci accoglie cosi il direttore generale della cantina, Alfredo Albertini.
E in quella frase c’era già tutto. L’idea che la viticoltura, qui, non sia un marchio da vendere, ma una responsabilità condivisa.

La Cantina Sociale di Trento è la cantina della città. Ma è anche il comune più agricolo della provincia. Quattrocento famiglie coltivano 450 ettari nel solo perimetro urbano.
“Quando diciamo ‘Trento’, non stiamo parlando solo di vino. Stiamo parlando di scuole, autobus, condomini, marciapiedi… e vigneti, ovunque.”

L’identità della Cantina non nasce su un’etichetta. Nasce dal fatto che il vino qui è fatto da chi vive qui.
Alcuni soci lavorano la vigna da generazioni, altri lo fanno nel tempo libero, come secondo lavoro, o per tenere viva una porzione di territorio che altrimenti verrebbe dimenticata.
“Il nostro bilancio non si chiude se non tiene conto dell’apporto umano,” sottolinea il direttore Albertini. “Non parliamo solo di uve, ma di lavoro. Di lavoro vero. Di dignità.”

Nel corso dell’intervista, più volte è emersa una parola chiave: coesistenza.
Tra urbano e agricolo. Tra consumo e custodia. Tra passato e presente.
“Chi beve Trento DOC si aspetta da noi autenticità,” ci ha spiegato il direttore Albertini.
“Ma anche chi passeggia nel weekend tra i parchi cittadini si aspetta che quei vigneti abbiano un senso, che non siano solo decoro.”

Il vino, qui, è un nodo tra esigenze diverse. E per questo è anche un atto culturale.

Il senso della cooperazione, ci hanno raccontato, non è nato con la burocrazia. È molto più antico.
“Il Trentino nasce come terra alta,” ha detto Alfredo Albertini, le difficoltà di queste terre hanno costretto le persone a unirsi. A organizzarsi per resistere.”
Ed è in questo contesto che la Cantina Sociale di Trento ha preso forma: come espressione moderna di un’alleanza antica.

Oggi, questo spirito si misura anche nei nuovi equilibri: la sostenibilità non è solo ambientale, ma umana.
Abbiamo già fatto il nostro primo bilancio di sostenibilità” ci comunica il direttore e continua, “lavoriamo con grande attenzione, ma non ci interessa sbandierarlo. Ci interessa che funzioni.”

Eppure, alcune fragilità si fanno sentire. “Il Trentino è invecchiato,” ha sottolineato il dr. Albertini.
Manca il ricambio generazionale. Nei prossimi dieci anni rischiamo di perdere vigneti perché non ci sarà più nessuno a curarli.”
Per questo, parlare oggi di sostenibilità significa parlare di giovani, di futuro, di presenza reale sul territorio.

E forse è questo che ci ha colpiti di più alla Cantina Sociale di Trento:
non tanto ciò che si produce, ma chi lo produce e perché.
Non il vino come fine, ma come forma di resistenza quotidiana, come esito collettivo.
Non un’etichetta da vendere, ma un gesto che tiene insieme luoghi e persone.

In fondo, quell’immagine all’ingresso dell’ufficio non è lì per decoro.
È una dichiarazione d’intenti.
Un modo per dire: questo è il nostro vino, ma prima di tutto questa è la nostra gente.


Punti chiave:

  1. Comunità al centro: Il vino è fatto dalla comunità locale, non è solo un prodotto commerciale.
  2. Vigneti urbani: La viticoltura coesiste con la città, integrando agricoltura e tessuto urbano.
  3. Coesistenza e cultura: Il vino unisce esigenze diverse, diventando un atto culturale e di custodia.
  4. Sostenibilità umana: Oltre all’ambiente, la sostenibilità riguarda lavoro, dignità e futuro dei giovani.
  5. Sfida generazionale: Il rischio è perdere vigneti per la mancanza di ricambio tra i viticoltori.