In Australia, i canguri sono simboli di resilienza e adattamento, nonostante le sfide ambientali e umane. Questo editoriale esplora il parallelismo con il mondo del vino italiano, evidenziando lezioni di branding, conoscenza del territorio e lavoro di squadra. Un richiamo a sfruttare meglio il brand “Italia” e a collaborare per superare sfide globali.

Non è facile vedere canguri in Australia. Può sembrare un paradosso considerando che questo enorme Paese, ventitré volte l’Italia, è considerato la Kangaroo Country.

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Quando ormai trentacinque anni fa vissi un’esperienza di 3 anni in Australia non era poi così semplice vedere canguri allo stato brado. Mi ricordo che dopo una settimana a Melbourne decisi di andare in auto nel cosiddetto bush australiano per osservare finalmente canguri liberi nel loro territorio preferito.
Guidai per molte ore senza vederne nessuno. Poi, finalmente, prima di imboccare la mitica Ocean Great Road, ne vidi uno molto piccolo (un wallaby) che pascolava tranquillo in un’aiuola spartitraffico. Probabilmente era stato messo li dall’ufficio turistico del Victoria.

Poi, in realtà, nei miei anni australiani ho avuto modo di vederne parecchi sopratutto nel cosiddetto Red Centre, il deserto rosso caro agli aborigeni che, come i canguri, hanno subito uno stravolgimento costante del loro habitat dall’incremento di quella che noi definiamo, quasi mai a ragione, civiltà occidentale.

Ma se già allora non era semplice incontrare canguri in Australia in questo mio nuovo Wine Tour nella cosiddetta Down Under, ne ho visti ancora di meno nonostante con il camper Apollo abbiamo percorso oltre 3.000 km tra gli stati del New South Wales, del Victoria e del South Australia.

Non sono un etologo professionista anche se l’esame di etologia nella facoltà di veterinaria è stato l’unico nel quale mi sono meritato un 30 e lode, ma penso che siano tre le principali ragioni della difficoltà di imbattersi nei canguri in Australia: la prima perché si tratta, come ho già evidenziato, di un Paese enorme e la possibilità per i canguri di starsene tranquilli dentro al bush sono ovviamente tantissime; molto del territorio vicino alle aree urbane e alle vie stradale negli anni è stato disboscato per fare spazio a prati pascolo destinato agli allevamento bovini e ovini (il numero in quest’ultimo decennio è aumentato in maniera impressionante); infine, la carne di canguro è diventata sempre più richiesta e, di conseguenza, la loro caccia.

Ma se le condizioni dei canguri in Australia sono queste il loro stato attuale cosa può insegnare al nostro mondo del vino?

Innanzitutto la resilienza perché, almeno stando alle statistiche ufficiali, sarebbero comunque ancora tra i 55 e i 60 milioni i canguri presenti in Australia. Di fatto il doppio della popolazione umana e questo denota la loro ottima capacità di adattamento

Un ranger nella zona di Uluru (la magica montagna rossa nel centro del deserto australiano) mi ha spiegato che in quel territorio, visto il progredire della siccità, i canguri si sono spostati verso aree dove vi è maggiore presenza di acqua.

Se penso a quanto ancora il nostro export vitivinicolo sia concentrato di fatto in soli cinque Paesi, la lezione dei canguri mi sembra eloquente.

Ma i canguri australiani ci danno, a mio parere, anche un altro importante insegnamento: continuano ad essere uno straordinario brand australiano. Sarà anche difficile vederli ma non c’è immagine che vuole rappresentare l’identità australiana nella modalità più autentica e diretta che non metta al centro il canguro.

E questo deve farci riflettere su quanto ancora non siamo riusciti a capitalizzare al meglio il brand “Made in Italy” riferito ai nostri vini.

Ci perdiamo in una marea di messaggi confusionari, con centinaia di denominazioni e “campanili” perdendo quasi sempre le tutt’oggi straordinarie potenzialità del brand “Italia”.

Anche in questo Wine Tour in Australia ho percepito ancora una volta quanto l’Italia goda tutt’oggi di una grande reputazione. In ogni cantina in cui siamo entrati ogniqualvolta spiegavamo di essere italiani la risposta era sempre la stessa: “Oh Italy, what a beautiful country!”. E chi ci era stato ci diceva di volerci tornare, mentre per coloro che ancora non ci sono stati l’Italia rappresenta il loro sogno di viaggio.

Se solo ce ne rendessimo conto di più noi italiani…

L’ultima lezione dei canguri australiani ai nostri produttori di vino ed in generale a tutti coloro che lavorano nella filiera del vino, è sicuramente il coraggio.

Vivono in un ambiente complesso dove tra l’impatto “umano”, la siccità e gli incendi, ogni giorno li obbliga a sfide enormi.

Sfide che affrontano e quasi sempre vincono grazie a due regole fondamentali: la prima è la profonda conoscenza del territorio, con le sue insidie e le sue opportunità (se vuoi scoprire dove si trova l’acqua segui un canguro, dicono in Australia); la seconda: muoviti in gruppo.

Facile trovare una metafora preziosa da quest’ultimi due comportamenti dei canguri australiani anche per il nostro sistema vitivinicolo.

Quanto conosciamo i territori produttivi ma anche i mercati e i consumatori da “conquistare”? Quanto sfruttiamo il gioco di squadra per essere più forti e competitivi?

Le risposte le sapete già e sarebbe il caso di darci una mossa…tutti.

Mentre finisco questo mio editoriale dalla bellissima McLaren Vale il sole sta tramontando sulle vigne e dal finestrino del nostro Apollo vedo otto canguri che ci osservano curiosi.

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Punti chiave

  1. I canguri in Australia sono simboli di resilienza e capacità di adattamento.
  2. Il vino italiano può imparare dai canguri su branding e identità nazionale.
  3. Collaborazione e conoscenza del territorio sono fondamentali per superare sfide globali.
  4. Il brand “Italia” ha un enorme potenziale ancora sottoutilizzato nel mondo del vino.
  5. Il coraggio e l’unione dei canguri sono esempi preziosi per la filiera vitivinicola.

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