Con la scomparsa di Carlin Petrini, il mondo agroalimentare perde il suo pensatore più visionario. Fabio Piccoli ripercorre il lascito del fondatore di Slow Food e Terra Madre, chiedendosi quanto di quel fuoco originario sia ancora acceso. Perché celebrare un visionario, senza raccoglierne davvero l’eredità, rischia di tradirlo due volte.
C’è un modo molto facile, e per certi aspetti subdolo, per non applicare concretamente le idee, ma soprattutto i progetti dei visionari: considerarli appunto dei visionari.
Se ti danno del visionario inizia a preoccuparti perché vuol dire che ti vedono proiettato nel futuro e difficilmente ci si impegna affinché i tuoi progetti, le tue visioni si applichino nel presente.
E’ in estrema sintesi il modo migliore per posticipare le scelte concrete, importanti, in eterno.
Carlin Petrini, scomparso la scorsa settimana, è stato considerato da più meno tutti un visionario.
Per fortuna, di tutti noi, nella sua intensa vita è riuscito a realizzare non pochi progetti, dall’Arcigola a Terra Madre, da Slow Food all’Università di Scienza gastronomiche di Pollenzo.
Tanta roba, non vi è dubbio.
Ma come tutti i grandi progetti necessitano inevitabilmente di un percorso lungo, di una costante evoluzione per poter sviluppare e capitalizzare al meglio le loro potenzialità.
Si potrebbe affermare che ogni grande progetto così come nasce genera al tempo stesso una sua eredità che non può essere portata avanti da chi l’ha ideato.
Se questo è vero, e per me lo è ma non pretendo che lo sia per tutti, l’eredità di Petrini è partita molto tempo fa e non ora che lui non c’è più.
E si è trattato di un’eredità molto complessa e decisamente impegnativa. Lo hanno capito fin da subito tutti coloro che in qualche misura hanno avuto la responsabilità di portarla avanti.
Un’eredità così “pesante” che per farla progredire servono non solo le persone giuste ma anche un habitat adeguato per fare impiantare in maniera virtuosa e concreta i tanti progetti di Carlin Petrini.
Non possiamo oggi, in un momento di grande tristezza per la scomparsa di una figura chiave del nostro mondo agroalimentare, ma anche in una fase di grande difficoltà del settore, non domandarci quanto del buono, pulito e giusto non solo si è realizzato ma anche quanto costantemente sia nell’agenda del nostro sistema produttivo.
Quanto di quello spirito iniziale di Slow Food, che portò alla nascita del Salone del Gusto e poi di Terra Madre, è ancora vivo e vitale?
Quando penso all’emozione ed entusiasmo nel muovermi tra i padiglioni del Lingotto di Torino non posso non evidenziare che gran parte di quel sentire si perso nel tempo. E non ritengo che sia solo una questione di nostalgia del tempo passato.
E tanto meno che si è trattato di un inevitabile processo evolutivo, bensì ritengo che quel processo vitale e virtuoso si sia arrestato per varie ragioni che andrebbero meglio analizzate e non liquidate con analisi superficiali.
Mi si dice che Salone del Gusto e Terra Madre nel tempo hanno perso la loro forza iniziatrice ma ora c’è dell’altro
Ecco spiegatemi cosa c’è dell’altro perché forse mi sono perso qualcosa.
In realtà temo che noi tutti abbiamo perso qualcosa e non da oggi senza più il nostro Carlin Petrini.
Credo che lui da tempo fosse cosciente che quel fuoco straordinario, che lui aveva acceso, circondato da pochi fedeli e bravi amici, si era affievolito da tempo.
Poi come solo gli uomini intelligenti sanno fare non si è rifugiato nella critica al tempo presente ma ha provato a ricercare e suggerire nuove vie.
Certo oggi possiamo dire che il suo pensiero e le sue opere, progetti, stanno in qualche misura proseguendo, tutto vero, ma quello che vedo mancare è il coraggio di riaccendere quella fiamma iniziale che significa ridare voce agli ultimi, ridare slancio alle comunità del cibo, uscire dalla pornografia del cibo, al festival delle pentole come mi aveva detto in un’intervista di tanti anni fa.
Oggi più che mai è essenziale, vitale riaffermare il concetto del mangiare come un atto politico, sociale ed economico.
Concetti che hanno un’importanza ancor più rilevante in un’epoca così complessa e per certi aspetti drammatica per l’agricoltura, compreso anche il nostro amato vino oggi alla ricerca di una nuova luce, di nuovi significati.
Quella luce che Petrini riuscì ad accendere nella sua Bra, in quelle Langhe allora povere e poi diventate ricche.
Ma se da tempo abbiamo dimenticato quella povertà e non siamo nemmeno grati alla ricchezza conquistata, grazie anche e direi soprattutto a uomini come Carlin Petrini, allora sarà molto difficile individuare nuove strade, riaccendere quel fuoco.
Punti chiave
- Carlin Petrini ha costruito progetti concreti – da Slow Food a Terra Madre – che hanno trasformato il sistema agroalimentare italiano.
- La sua eredità era già iniziata da tempo: portarla avanti richiede persone giuste e un contesto culturale adeguato.
- Lo spirito originario di Slow Food e del Salone del Gusto ha perso slancio, al di là della semplice nostalgia.
- Il cibo come atto politico e sociale resta oggi più che mai un principio urgente, spesso dimenticato dal sistema produttivo.
- Riaccendere quella fiamma significa ridare voce alle comunità del cibo e uscire dalla spettacolarizzazione gastronomica.















































