Il 16 gennaio scorso è scomparso a quasi 91 anni Ezio Rivella. La sua storia l’abbiamo riassunta in questo articolo, ma a me piace ricordarlo da altri punti di vista, dal momento che ho avuto la fortuna di conoscerlo quando non era ancora Ezio Rivella, cioè quello che è diventato a partire dai primi anni ’90, rappresentando uno degli uomini chiave di quello che allora venne definito il Rinascimento del vino Italiano.

L’ho conosciuto, infatti, verso la fine degli anni ’70 a Montalcino, dove venne chiamato dai fratelli John ed Harry Mariani per guidare il Castello Banfi, l’impresa che ha rappresentato, di fatto, il brand che ha fatto conoscere il Brunello di Montalcino e il suo territorio nel mondo.

Io ero un ragazzino e mai avrei pensato, allora, di occuparmi un giorno di vino. Lui era un enologo che si era già conquistato una certa notorietà sul fronte tecnico, al punto di conquistarsi la fiducia per entrare a far parte di uno dei progetti vitienologici più importanti per il nostro Paese.

Una scelta assolutamente azzeccata quella dei fratelli Mariani perché Rivella si dimostrò, nel tempo, non solo un ottimo enologo, ma soprattutto un manager capace di guardare con competenza al mercato e, soprattutto, cosciente di quanto fosse importante la politica vitivinicola per garantire la competitività delle imprese del vino.

Posso affermare che è stato il primo vero lobbista che l’Italia del vino abbia potuto annoverare.

Ho potuto poi approfondire la sua conoscenza nei primi anni ’90, quando sono entrato nel mondo del vino come redattore de L’Informatore Agrario e lui presidente del Comitato Nazionale Vini Doc e, ancor di più, quando divenne nel 2001 presidente di Unione Italiana Vini.

Rivella per me è stato il primo enologo italiano a comprendere che senza un occhio al mercato e alla politica, la categoria dei “tecnici” non avrebbe mai potuto acquisire quel ruolo di leadership che oggi hanno in gran parte del sistema vitivinicolo del nostro Paese.

Di lui ho sempre apprezzato il grande pragmatismo che a volte poteva apparire una sorta di disincanto nei confronti di un settore che faceva vedere tanto i “lustrini” ma poco la “sostanza”.

Un giorno ebbe a dirmi:

“Piccoli, ma secondo lei quanto costa produrre un vino di alta qualità? Glielo dico io: non più di 5.000 lire al litro e, mi creda, si fa eccellenza in vigna e cantina con quei soldi”.

“Per questa ragione – proseguì Rivella – è fondamentale per il nostro mondo esaltare i cosiddetti valori immateriali per poter dare più immagine ai nostri vini e margini alle aziende”.

Lui però non era un grande comunicatore da palcoscenico ma sicuramente un ottimo tessitore di relazioni dietro le quinte.

In lui non ho mai scorto la boria di alcuni protagonisti del vino, probabilmente anche lo spirito piemontese l’ha contraddistinto in questa sua attitudine più pacata e meno incline all’applauso.

Fu sicuramente molto importante anche per il Consorzio del vino Brunello di Montalcino dove riuscì a dare un impulso determinante all’immagine internazionale di questo grande rosso italiano.

E, a proposito di vini rossi, chiudo questo breve ricordo di Ezio Rivella con un piccolo aneddoto.

A margine di una cena a Montalcino, nell’ambito di Benvenuto Brunello, nel suggestivo Castello Banfi, mi fermai a fare quattro chiacchiere con Rivella che mi confidò:

“Lo sa quale è la bevanda più dissetante che ci sia al mondo? Un bicchiere di vino rosso con l’acqua. Se poi è un Brunello meglio ancora…ma non lo dica a nessuno”.

Che la terra ti sia lieve Ezio Rivella.