In questa intervista esclusiva, ho avuto il piacere di confrontarmi con Marco Simonit, figura di spicco nel mondo della viticoltura e dell’arte della potatura della vite. Simonit, co-fondatore del metodo “Simonit&Sirch”, ha condiviso il suo affascinante viaggio attraverso la passione per la vite, dal suo amore per il disegno che ha aperto le porte a una profonda comprensione della struttura della vite, alle sue osservazioni pionieristiche sulla necessità di una potatura mirata per garantire la salute e la vitalità delle piante.

Attraverso la sua ricerca intensiva e le sperimentazioni sul campo in tutto il mondo, ha sviluppato un approccio unico alla potatura, fondato sulla “ramificazione” e sulla selezione mirata del legno.

Ma il contributo di Simonit non si è limitato esclusivamente al campo tecnico. Grazie alla sua scuola di potatura e alla sua comunicazione fresca e innovativa, ha trasformato un’attività tradizionale come la potatura in qualcosa di “cool”, aprendo nuove prospettive per i giovani e innalzando il profilo sociale dei potatori professionisti.

Qual è stata la fonte di ispirazione e i momenti chiave del percorso che l’hanno portata a diventare un esperto nella potatura della vite?

La prima fonte di ispirazione è stata sicuramente il disegno, sono sempre stato un appassionato di disegno. Nel 1988 quando ho iniziato a lavorare con il Consorzio Tutela Vini Collio ho iniziato a disegnare piante di vite.

Durante quel periodo mi è capitato di imbattermi in piante di vite sofferenti, disegnandole notai le ferite evidenti all’esterno e mi resi conto che nessuno si interessava a questi tagli di potatura. All’epoca andai da un falegname e gli chiesi di sezionare per il lungo la pianta. Questo fu un momento che mi segnò, vidi una pianta che aveva molto legno morto e scuro, poco legno chiaro e vivo, molti funghi che avevano deteriorato la pianta.

Mi sono chiesto come facessero queste piante a sopravvivere, mi recai da diversi professori ma mi resi conto che non c’era bibliografia, non era un argomento di interesse. Ho iniziato a ricercare quelle poche informazioni che erano consultabili, mi sono concentrato sulla potatura e sulle conseguenze della domesticazione forzata della vite.

In Friuli era presente molto Sauvignon Blanc e volevo capire come si potesse procedere per ridurre l’impatto delle potature sulle piante, ho iniziato a girare molto in Europa (Grecia, Spagna, Tunisia, zone meridionali di Italia e Francia) per vedere cosa era possibile apprendere concretamente.

Come è nata l’idea di creare il metodo “Simonit&Sirch” e quali sono in breve le peculiarità principali che caratterizzano questa tecnica?

Gli aspetti più importanti nascono da una serie ripetuta di osservazioni, ci sono voluti alcuni anni perché nessuno mi forniva suggerimenti. La prima peculiarità riguarda il concetto di “ramificazione”, ossia lo sviluppo progressivo della pianta nel tempo.

In natura la vite occupa via via uno spazio crescente, in viticoltura lo spazio diventa un limite all’interno del quale la pianta deve sottostare. Se riusciamo a creare una struttura che garantisca la ramificazione della pianta, ciò permetterà alla pianta di mantenersi vitale nel tempo. Uno sviluppo progressivo che parta dal tronco e arrivi alla parte aerea consente alla pianta di accumulare legno vivo, in cui sono presenti le autodifese della pianta e le componenti vitali. È necessario permettere una evoluzione dinamica dell’architettura della vite e noi dobbiamo essere capaci di adattarci a questo processo, questo è ciò che identifico con il termine “ramificazione”. Non si tratta di un concetto univoco, la lettura deve essere sempre locale e individuale legata al terroir ma questa necessità di sviluppare struttura è imprescindibile in qualsiasi contesto.

La seconda peculiarità riguarda la selezione delle potature in base all’età del legno. Concentrarsi sulla potatura di legno di 1-2 anni permette alla vite di ridurre l’effetto negativo dei coni di disseccamento, rispettando le gemme della corona. Se invece effettuiamo potature su legno di 3-4-5 anni, il danno diviene molto più pesante. La vite non reagisce come un pero o un melo, dobbiamo intervenire solo sui tralci piccoli, in modo da ridurre i coni di disseccamento e salvaguardare più legno vivo. Inoltre dobbiamo rispettare la corona e cercare di dare una certa continuità allo sviluppo del flusso linfatico, evitando di interromperlo incrociando troppo frequentemente i tagli. Questi sono macro aspetti molto importanti che vanno sempre contestualizzati alla zona in cui si opera.

In Italia negli ultimi vent’anni, le aziende vitivinicole si sono ridotte di oltre un terzo (536mila unità), passando da 791mila nel 2000 a 255mila del 2022. Oggi le aziende sono più strutturate, con una superficie media degli ettari vitati di 2.5 ettari (il 50% in più rispetto al 2010). Che impatti ha avuto questa trasformazione radicale sulla gestione dei vigneti?

La domanda è molto interessante, lo scenario viticolo italiano in passato era più variegato sia in termini genetici che architettonici. L’agricoltura in Italia era abbastanza polivalente, non era monocolturale prima del boom del settore vitivinicolo che risale agli ultimi 40 anni. Non è accaduto in tutte le regioni (si salvano ad esempio Alto Adige, Liguria, Valle d’Aosta), ma l’approccio estensivo e la diminuzione delle aziende con superficie ridotta ha ridotto anche la biodiversità.

Ci si sta rendendo conto dell’impatto della monocoltura, è necessario coltivare vigne nelle zone vocate, cercare di adottare una viticoltura adatta a quel luogo in modo da avere piante che necessitano di meno input e che possono sviluppare più output in autonomia. La presenza di altre colture, di alberi, di piante da frutto, di fauna aiuta molto in questo senso. Tante aziende si stanno accorgendo di questi aspetti e cercano di riequilibrare questo approccio monocolturale.

marco simonit tecnica potatura vite

Come descriverebbe l’impatto sociale del suo metodo formativo, specialmente in contesti dove i potatori sono stati storicamente sottovalutati e scarsamente formati?

La ringrazio per questa domanda perché è molto importante, all’inizio ci siamo molto adoperati per migliorare la tecnica, siamo fortunati e lavoriamo in tutto il mondo. Però non sono certamente io o il mio team ad andare a potare centinaia di migliaia di viti nei campi ma sono squadre di operai che fanno questo di mestiere.

Ad un certo punto ho pensato che ci fosse la necessità di provare ad investire per creare strumenti frontali in modo che questi professionisti possano incrementare le loro conoscenze. Abbiamo iniziato a coinvolgere le maestranze, a fare analisi nelle aziende, a cercare di creare delle strutture operative che fossero simili alla realtà attraverso classroom e training on the job.

È importante passare molto tempo con loro, la variabilità all’interno di una vigna è molto alta ed è necessario avere una formazione per riconoscere questa variabilità. Quando abbiamo iniziato abbiamo aperto una strada che non era battuta, devo dire con orgoglio che questo ha portato ad aumentare le abilità professionali dei nostri corsisti, ad elevare il loro status professionale ed economico. Le persone diventano consapevoli, più sicure e si sentono parte integrante di un percorso, per cui ritengo che questo impegno abbia una valenza sociale.

Quando nel 2009 ho deciso di creare una scuola di potatura mi hanno preso per matto, ho avuto fortuna perché ho trovato persone che hanno creduto in quello che facevamo come Carlo Petrini. Siamo partiti dalla Toscana e ora abbiamo 18 sedi in Italia. Dal 2009 ad oggi sono passate dalla scuola migliaia di persone che possono esibire una attestazione che ha un certo valore sul mercato del lavoro.

Il suo approccio peculiare le ha permesso di rendere “cool”un’attività manuale come la potatura ed il ruolo dell’agronomo nel suo complesso. Quali sono state le sue fonti di ispirazione dal punto di vista comunicativo?

Ha perfettamente ragione, in passato la mano di un potatore era una mano vecchia, rugosa, i giovani vedevano questo lavoro come qualcosa di lontano. Ho approfittato degli strumenti che all’epoca erano disponibili, sono stato uno dei primi a produrre video su YouTube, ho cercato delle modalità di comunicazione anche utilizzando disegno e fotografia, mi piaceva documentare ciò che si faceva in vigna. Mi piaceva tantissimo l’approccio di Piero Angela, il suo racconto in grado di rendere popolare un argomento di nicchia, trascurato e secondario.

Mi piaceva sdrammatizzare, essere assertivo nei contenuti ma dare anche un po’ di freschezza. Vado ai convegni con la camicia a quadri, tutti erano in giacca e cravatta e si vedeva chiaramente chi era ingegnere e chi contadino. Io sono cresciuti in una famiglia di contadini, avevo la camicia a quadri in campagna e ho voluto mantenerla anche in occasioni ufficiali. Ho faticato tantissimo, i primi 10 anni sono stati durissimi, andare ai convegni senza essere un accademico, mostrando le piante sezionate, con la camicia a quadri, era qualcosa di non codificato.

Come la tecnologia, ad esempio il prototipo degli occhiali a realtà aumentata, può essere integrata nella pratica della potatura della vite?

Se parliamo di artigianalità, di vignerons, credo che l’uomo, la sua conoscenza e capacità di realizzare prodotti unici su misura sia ineguagliabile. In questo contesto vedo difficile integrare le ultime tecnologie, ma se apriamo un po’ l’orizzonte e andiamo a vedere le grandi estensioni della viticoltura credo che l’intelligenza artificiale possa aiutare l’uomo a prendere delle decisioni. Non mi piace l’idea di sostituire l’uomo ma se queste tecnologie possono aiutarlo sono favorevole.

Abbiamo una start-up in Svizzera creata nel 2019, gli ingeneri stanno alimentando un software che identifica le parti della pianta per dare delle indicazioni su dove tagliare e potare. Più il software riceve input, più si evolve e questa tecnologia potrebbe essere integrata in un occhiale per aiutare gli operai ad operare su colture estensive. C’è un cambiamento rapidissimo e quel lavoro che ora proponiamo attraverso classroom e training on the job credo che in futuro potrebbe essere realizzato dall’intelligenza artificiale. Questo processo non ci preoccupa, c’è tanta variabilità nel mondo e non bisogna avere timore delle evoluzioni.

Al di là della potatura professionale, secondo lei il settore vitivinicolo italiano nel suo complesso è deficitario dal punto di vista della formazione o siamo in linea con gli altri Paesi produttori?

Se dovessi fare un paragone, in Europa siamo a metà classifica, in alcuni Paesi produttori come Francia, Germania e Spagna c’è una grandissima attenzione e una organizzazione puntuale per fare in modo che i fondi per la formazione arrivino a chi è in grado di utilizzarli al meglio. C’è molta più formazione in questi Paesi anche perché le aziende sono stimolate in questo senso, dato che buona parte di quello che investono gli torna indietro.

In Italia non ci sono tante aziende che chiedono di aderire a percorsi formativi, ci capita molto più spesso di avere crediti per poter essere inseriti in progetti formativi in altri Paesi.

Qual è la sua opinione sulla gestione sostenibile dei vigneti? I piccoli produttori possono permettersi di investire così tanto tempo nella cura delle viti?

Credo che oggi la gestione sostenibile dei vigneti sia a disposizione di tutte le imprese agricole, a prescindere dalla grandezza. Molte delle azioni riguardano la tutela delle risorse naturali e umane legate al contesto e buone pratiche agricole che richiedono consapevolezza e conoscenze minime.

Non credo sia una questione economica o di dimensione, significa avere la volontà seria, non legata a fini puramente commerciali, di condurre una agricoltura in grado di tutelare chi lavora, la comunità e l’ambiente in cui è inserita. È una questione di medio-lungo termine, di coerenza, costanza, dinamicità dell’approccio ed è più complessa rispetto alla conduzione standard.