Non sostitutivi, ma integratori. Sono i PIWI, dal tedesco pilzwiderstandfähig, (letteralmente: “viti resistenti ai funghi”) varietà nate un paio di secoli fa da molteplici incroci (uno degli esempi più noti è probabilmente quello dell’uva fragola, incrocio di vitis labrusca x vitis vinifera), e di cui si è tornato a ragionare in questi tempi complicati da problematiche di clima e di capricci del mercato

In questi giorni si è svolto alla fiera di Verona “Irresistibile Piwi”, primo Festival e mostra mercato di queste varietà; una cinquantina i produttori presenti, in maggioranza da Veneto e Trentino, ma anche con qualche presenza estera (Germania, Spagna, Canton Ticino, Francia, Slovacchia). 

Molto fitto il cartellone dei convegni tecnici, a dimostrazione che l’obiettivo di questo evento non era solo promozionale nei confronti dei consumatori finali, ma innanzitutto di conoscenza tra colleghi e di aggiornamento sullo stato dell’arte di questa viticoltura. 

“Nonostante nel mondo si parli di PIWI ormai da un paio di secoli, in realtà siamo ancora agli albori – conferma Luca De Palma, enologo italiano  impegnato nel Canton Ticino, che con il collega agronomo Igor Bonvento ha organizzato la due giorni della fiera – La viticoltura PIWI moderna è recente, le prime esperienze risalgono a 10-15 anni fa, se si escludono i pionieri che ormai hanno alle spalle 30-40 anni di esperienza. Le aziende attualmente sul mercato sono quelle che piantavano vitigni resistenti quando di fatto era ancora vietato, o quelli ammessi erano veramente pochi. Le bottiglie di vini da uve PIWI oggi in commercio perciò sono quelle delle varietà permesse10 anni fa, mentre i vini della nuova generazione di vitigni – che sono ugualmente molto interessanti, perché più legati ai territori italiani – li vedremo tra un po’”.

Ad oggi sono oltre 200 i produttori italiani di vitigni PIWI, 50 dei quali di essi erano presenti a “Irresistibile PIWI”. Inoltre buona parte dei produttori è socia di PIWI Italia, costola nazionale della più ampia PIWI International, nata lo scorso dicembre  e presentatasi ufficialmente al Vinitaly di quest’anno. Presidente di PIWI Italia, il noto ricercatore dell’Istituto di S.Michele all’Adige, Marco Stefanini. “È il responsabile reparto di genetica e di miglioramento genetico della vite all’Istituto di S.Michele, si occupa da anni anche di questi vitigni. Era la persona più competente in assoluto – dice De Palma  – Siamo contenti che abbia dato la sua disponibilità a guidare PIWI Italia, perché questa associazione vuol essere la casa di tutti i produttori che hanno scelto di lavorare con queste uve”.

Parliamo dei produttori più in generale. Sono tutti più o meno preoccupati dai cambiamenti climatici, ma i PIWI possono essere una soluzione

“Sì – conferma De Palma – ma non si tratterà di una sostituzione delle varietà già esistenti, bensì di  una integrazione. Non dobbiamo mai vedere la viticoltura come un settore statico. Se cambia il contesto è giusto che cambino anche gli altri parametri di quello che chiamiamo terroir. E il vitigno è uno di questi parametri. I vitigni migliorativi integratori ci sono sempre stati: quando la situazione lo richiedeva,  i disciplinari di produzione aprivano a blend con altre varietà in grado di compensare quelle caratteristiche che i vitigni tradizionali non avevano o stavano perdendo. I PIWI hanno la stessa funzione: possono aprire dei territori nuovi perché sono adatti a climi più freddi, o ad altitudini più elevate, o anche ad ambienti impervi, e quindi complicati da lavorare. Ma possono anche integrare i territori attuali”.

I PIWI sono famosi soprattutto per la loro resistenza alle malattie, che li rendono i vitigni ideali di chi lavora in biologico. Non a caso molte delle aziende presenti qui  a questo evento sono appunto biologiche…

“Quello della resistenza è solo uno dei loro vantaggi – spiega il consulente – Perchè tra i PIWI c’è la varietà che oltre a essere resistente è anche tardiva, e quella che, magari, porterà quel po’ di pirazine che servono per fare un certo blend. Vitigni integratori, si diceva, da usare insieme ad altre varietà. Ma potranno anche far nascere grandi bottiglie quando, in una seconda fase di studio e di sperimentazione, si farà la sintesi. Oggi è bello vedere che tutti piantano un po’ di tutto – conclude – In futuro si scoprirà che anche nei PIWI ci sono vitigni più adatti ad alcune zone, e altri a territori diversi”. Come è sempre stato.