Peccato che l’indagine sulla misura di promozione sui mercati dei Paesi terzi dell’OCM vino, realizzata da Ismea, alla quale abbiamo potuto dare un nostro contributo, sia uscita solo dopo l’emanazione del nuovo decreto attuativo della misura per l’annata 2024.

I suggerimenti usciti dall’indagine – frutto di interviste e focus group con alcuni dei principali protagonisti della filiera vitivinicola italiana, tra produttori privati, manager di cooperative, responsabili di consorzi di tutela ed esperti di finanziamenti comunitari – sarebbero stati preziosi per i nostri legislatori che quest’anno sono riusciti a rendere ancor più complicato l’utilizzo di questa misura da parte dei produttori.

Sembra sempre più evidente che la foga burocratizzante del nostro legislatore parta da un presupposto: dal momento che immagino che molte imprese non siano “oneste” nell’utilizzo di questa misura, la rendo di difficilissima applicazione attraverso una miriade di orpelli burocratici.

Cercare di ridurre il rischio di frodi o di utilizzi scorretti di una misura cofinanziata da risorse pubbliche è assolutamente fondamentale ed eticamente corretto, ci mancherebbe.

Ritengo, però, che se l’obiettivo è giusto, lo strumento per conseguirlo è decisamente sbagliato. La burocrazia, infatti, in particolare nei suoi eccessi (e il decreto di attuazione di quest’anno lo è fino all’estremo) è proprio l’humus ideale per i furbetti della documentazione, della rendicontazione. Rendere perfetto un progetto dal punto di vista burocratico, infatti, è molto semplice o per le aziende più organizzate e dotate di buone risorse economiche per essere supportate da esperti di finanziamenti (e questo è più che legittimo) o per quelle realtà specializzate nell’accaparrarsi finanziamenti. Queste ultime vedono nel finanziamento il vero e primario obiettivo fregandosene completamente di quali attività dovrebbero supportare.

Rimangono pertanto escluse, o comunque molto penalizzate nell’utilizzo di questa misura, una miriade di PMI del vino italiane, che sono peraltro l’ossatura, spesso anche qualitativa, del nostro sistema vitivinicolo.

Per questa ragione, i finanziamenti come quello dell’OCM vino destinati alla promo-commercializzazione dei vini europei sui Paesi terzi dovrebbero essere vincolati alla validità dei progetti, ai risultati che questi possono determinare possibilmente nel tempo e non tanto nella singola annualità.

E invece il legislatore italiano ha ritenuto addirittura di abolire dal finanziamento, per esempio, il sito di una cantina perché non ascrivibile ad un singolo anno ma a più anni. Un errore grave perché, invece di puntare al miglioramento complessivo di un’impresa sul fronte dell’internazionalizzazione, si continua a ragionare a piccoli compartimenti stagni.

Senza dimenticare l’assurdità dei tre preventivi obbligatori che in una serie di azioni internazionali (come ad esempio gli eventi b2b) è assolutamente inattuabile considerando che sono pochissime le realtà capaci di supportare seriamente le nostre aziende del vino sui mercati mondiali.

Rendere poco utilizzabile questa misura può avere ripercussioni molto gravi per il nostro export che già sta vivendo una fase non certo semplice con segni meno in gran parte dei mercati internazionali.

Non va dimenticato, a quest’ultimo riguardo, che l’export rappresenta una voce determinante per la sostenibilità economica del settore vitivinicolo italiano. 

Considerando che la produzione media del nostro Paese si è attestata sui 50 milioni di ettolitri nell’ultimo decennio e i consumi in Italia sono stabili da circa un triennio a 22 milioni di ettolitri, diventa semplice comprendere quanto sia strategico l’export che nello stesso arco di tempo è stato mediamente pari a 21 milioni di ettolitri, senza grandi oscillazioni.

Considerando che questa misura è stata adottata nel 2009 è importante sottolineare come da allora il valore del nostro export è passato da 3,4 miliardi ai quasi 8 dello scorso anno.

Un incremento straordinario al quale hanno contribuito molti fattori, tra i quali sicuramente anche le politiche di promozione introdotte dall’UE proprio a partire dal 2009 per migliorare l’attrattività e le performance dei vini europei sui mercati terzi.

Vogliamo che la burocrazia “cieca” pregiudichi tutto questo?