Domenica 18 febbraio è andato in onda un altro servizio di Report – la nota trasmissione di Rai 3 – dedicato al nostro settore vitivinicolo.
Ennesima occasione persa per fare un’informazione sul vino corretta e utile per far comprendere ad un vasto pubblico di consumatori la complessità (e i limiti veri) del settore vitivinicolo.

Il titolo del servizio “Il nemico in casa” si riferiva ad una recente affermazione del ministro Lollobrigida che durante un convegno si lamentava di “qualche nemico in casa…di una tv di stato che ha trasmissioni che aggrediscono i nostri prodotti senza mai specificare che si tratta di un caso su 3.000 sul prosciutto, un caso su 10.000 sul vino…devo chiedere il motivo di tale accanimento a Ranucci (il curatore di Report)”. Ranucci  ha ironicamente risposto che “secondo il ministro i nemici saremmo noi”.

Se questa era la premessa era facile presupporre il tono e i contenuti di questo ennesimo servizio di Report che ancora una volta getta ombre, a mio parere, sbagliate, in gran parte conosciute e già smentite parecchi anni fa, e anche pericolose sul nostro comparto vitivinicolo.

Ormai il “metodo” Report è abbastanza notorio: ho una mia tesi e ti dimostro che può stare in piedi.

La tesi di Report sul vino italiano è alquanto semplice: l’industria del vino (quella delle grandi imprese, imbottigliatori in primis) con tutte le multinazionali che offrono servizi tecnici a suo supporto (dai lieviti ai chiarificanti) operano nell’illegalità o, nella migliore delle ipotesi, nella realizzazione non di vini ma di ricette frutto di “piccoli chimici”, gli enologi appunto.

E per spiegare che loro in realtà vogliono mettere in mostra anche il “buono” del mondo del vino italiano, hanno raccolto la testimonianza di un paio di piccoli produttori “naturali”, uno dei quali un ex collaboratore proprio di Report.

Nonostante avessero coinvolto Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, come una sorta di avvocato difensore del settore, il suo contributo è stato notevolmente limitato a poche domande e relative risposte stringate, di fatto consentendogli solo di sottolineare, giustamente,  che chi utilizza pratiche illecite (come il miscelare vini diversi tra loro per realizzare dop contravvenendo ai disciplinari di produzione) commette “frodi pazzesche”.

Ma il metodo Report non consente di mettere a confronto diverse tesi e si limita purtroppo a provare a dimostrare una propria idea o, per essere più corretti, un proprio pregiudizio.

Ed è un vero peccato perché avere un’informazione “generalista” che si occupa di comparti complessi e importanti come quello del vino potrebbe essere molto utile per far comprendere meglio al consumatore finale le dinamiche di un settore, sia quelle positive ma anche gli eventuali limiti ed errori.

Ogni comparto economico può crescere meglio se è “stimolato” anche da un osservatorio giornalistico serio e competente.

Avrei evitato di scrivere questo ennesimo articolo sui servizi sul vino di Report se non fosse che il giorno dopo la trasmissione alcuni miei amici al di fuori del mondo del vino (quindi rappresentativi della stragrande maggioranza) mi hanno provocato dicendomi: “Certo che voi del vino ne fate di schifezze. Ho visto il servizio di Report e ci sono rimasto di stucco. E pensare che avevo una buona idea del vostro settore”.

Più o meno il taglio dei commenti che ho sentito anche da parenti ed amici in questi giorni avevano il medesimo tono. Tutt’al più, i più benevoli si limitavano a chiedermi: “Ma è tutto vero quello che abbiamo sentito da Report?”.

Per questa ragione “noi del vino” non possiamo fare finta di nulla e archiviare i contenuti di servizi come quelli di Report, ma più in generale di qualsiasi media ad alta diffusione, come la solita solfa di imprecisioni, mistificazioni e superficialità.

Voglio essere molto chiaro, non penso assolutamente che l’informazione giornalistica debba guardare ai comparti economici genuflettendosi e mettendo in risalto solo le positività, ma è chiaro che se si vuole fare giornalismo utile, di servizio è necessaria competenza e soprattutto evitare qualsiasi forma di pregiudizio.

La sintesi della, a mio parere scorretta, pregiudiziale ideologica di Report è ben espressa nelle parole di Sigfrido Ranucci: “la chimica messa a disposizione delle multinazionali consente di correggere tutto, di dare caratteristiche a vini di cui ne sono privi, tutto questo nel nome del guadagno… l’alternativa è quella del poco ma buono, una via più faticosa, che rende meno (economicamente), ma che andrebbe preservata perché se c’è un nemico della sovranità alimentare andrebbe ricercato in quei produttori che uccidono l’identità e la personalità del terreno (territorio ndr) e dell’uva”.

Un’affermazione legittima quella di Ranucci solo se lui fosse il responsabile di un movimento politico, di un’associazione di categoria (magari di piccoli produttori “naturali”).

Se sei un giornalista, per di più di una tv di Stato, devi quanto meno provare ad attenerti ai fatti. Vuoi quindi partire dagli illeciti? Bene, allora devi andare da una delle tantissime entità che si occupano di controlli sulle imprese del vino (è il settore più controllato al mondo, basti pensare a Repressione frodi, Nas, Guardia di Finanza, Valore Italia, ecc. ecc.) per farti dare i dati di quante irregolarità vengono riscontrate tra le oltre 38.000 aziende vinificatrici italiane. 

Limitarsi a sentire qualche voce “distorta” o far vedere qualche scarabocchio in un foglio non solo è fuorviante ma rischia proprio di delegittimare un’informazione che invece dovrebbe essere anche utile sul fronte della denuncia.

Vuoi fare emergere che esiste oggi una tipologia di impresa industriale che forse non è così utile a dare il giusto valore all’identità vitienologica di gran parte del nostro sistema vitivinicolo? Allora devi studiare i dati economici del settore. Comprendere quante “grandi” imprese abbiamo nel nostro Paese, quanto sono diversificate tra di loro perché altrimenti si ricade nel solito errore del piccolo e sempre bello e del grande e sempre cattivo.

Vi sono grandi imprese nel nostro Paese (sia sul fronte delle cooperative, dei privati, degli stessi imbottigliatori) che valorizzano al massimo la nostra autentica identità produttiva. Come pure vi sono piccole realtà produttive che faticano ad esprimere una personalità autentica nei loro vini.

Fare questa divisione manichea, ripeto, non solo è sbagliato ma è anche molto pericoloso.

Peccato veramente che Report continui ad utilizzare questo metodo perché invece sarebbe utile andasse più in profondità perché alcuni stimoli li potrebbero dare al nostro settore anche per essere più vicino alle attuali percezioni dei consumatori.

Per esempio, preziosa la sollecitazione sul mettere in etichetta “prodotto con solo uve di proprietà”  o “in prevalenza” per chi non usa solo prodotto aziendale. Come pure corretto riprendere l’annosa tematica di riformare le commissioni di assaggio dei vini doc e docg che non sempre sono in grado di interpretare le sempre più veloci evoluzioni dei prodotti e riconoscere meglio il loro reale legame con i territori di produzione.