Stefano Endrizzi, 26 anni, rappresenta la quarta generazione della Cantina Elio. Con equilibrio tra innovazione e tradizione, rinnova identità e strategia aziendale, mantenendo salde le radici familiari. Tra restyling del brand, nuovi vini e progetti futuri, incarna l’evoluzione consapevole della viticoltura trentina, con uno sguardo aperto al mercato globale.
L’aria nella Cantina di Endrizzi Elio è densa di legno, di tempo e di attesa. È qui che incontriamo Stefano Endrizzi. A 26 anni, gen. Z, non è solo il volto della quarta generazione di una famiglia che fa vino dal 1945; è l’architetto di un futuro che deve saper dialogare con un’eredità imponente. Il suo approccio non è quello di chi vuole demolire, ma di chi ha capito che per costruire più in alto, le fondamenta devono essere impeccabili.
Il primo segno del cambiamento è visibile, quasi un manifesto. Le etichette sono state ridisegnate, il logo semplificato, il nome stesso affilato per una comunicazione più diretta. “Non siamo più Azienda Agricola Endrizzi Elio Fratelli”, spiega Stefano, indicando una delle nuove bottiglie. “Ora siamo Elio Endrizzi Viticoltori. È un modo per onorare mio prozio Elio, che ha dato il nome all’azienda, ma rendendo la nostra identità più chiara e moderna. È stato il primo passo per far capire dove vogliamo andare”.
Ma dietro un’etichetta c’è una strategia, e quella di Stefano è radicata in una lucidità quasi sorprendente per la sua età. Parla di un obiettivo di bottiglie prodotto molto audace, ma lo fa con cautela. Il motivo di questa prudenza non è timidezza, ma il frutto di un profondo rispetto per le lezioni apprese in famiglia. La sua filosofia è una sintesi di tre epoche. “Ho visto lavorare mio prozio Ferruccio, della vecchia guardia”, racconta. “Per lui l’importante era produrre, portare l’uva in cantina. C’era sempre altro da fare, non c’era tempo per coccolare il cliente”. Poi è arrivata la generazione di suo padre e suo zio, che ha introdotto un concetto chiave: la qualità. Hanno iniziato a collaborare con gli enologi, insegnando a Stefano il valore inestimabile della pazienza.
Infine, c’è lui, con l’energia e l’irruenza della gioventù. “Io sono uno che ha bisogno di provare e sperimentare per imparare”, ammette con un sorriso. “Avrei una marea di progetti da lanciare subito, ma per fortuna ci sono loro che mi tengono con i piedi per terra, ricordandomi che per fare vino e per crescere in questo mondo ci vuole pazienza”. Questo dialogo costante tra la sua spinta al cambiamento e la saggezza dei suoi predecessori è il vero motore dell’azienda.
Questa filosofia si traduce in scelte concrete e intelligenti. Sul Teroldego, il vitigno del cuore, Stefano dimostra di sapersi muovere con pragmatismo. La creazione di un Kretzer, il rosato locale, ne è un esempio lampante. “Nasce da un’esigenza di mercato”, spiega con onestà. “Volevamo un vino fresco, agile, che potesse supportare il Teroldego rosso nei mesi estivi, quando la sua richiesta cala”. È una decisione che mostra un acuto senso commerciale, unito alla volontà di far scoprire un altro volto del vitigno simbolo della Piana Rotaliana.
L’approccio di Stefano Endrizzi rappresenta un caso della nuova viticoltura italiana. Lungi dall’essere una rottura con il passato, la sua è una calcolata e lucida evoluzione. Il suo punto di forza non risiede solo nella capacità di innovare il prodotto, ma nella profonda comprensione del processo umano e generazionale che sta dietro ogni bottiglia.
La sua capacità di sintetizzare la dedizione produttiva del prozio, la ricerca della qualità del padre e la propria energia innovatrice è ciò che rende il suo progetto così solido. Non rinnega le lezioni del passato, ma le integra in una visione contemporanea, dimostrando che l’impazienza giovanile, se guidata dalla saggezza, può diventare un potente motore di cambiamento positivo.
In Stefano si fondono la prudenza e l’audacia, il rispetto per le radici e lo sguardo rivolto al mercato globale. Non sta semplicemente portando avanti l’azienda di famiglia; la sta delicatamente spingendo oltre i suoi confini, con la consapevolezza che il modo migliore per onorare la tradizione, a volte, è trovarle coraggiosamente una nuova voce. Una voce che avrà bisogno di comunicazione e di un progetto enoturistico in cantiere.
Punti chiave:
- Rinnovamento brand: nuova identità visiva e nome semplificato per comunicare meglio.
- Visione generazionale: sintesi tra tradizione produttiva e innovazione giovanile.
- Scelte strategiche: nuovi vini come il rosato Kretzer per rispondere al mercato.
- Leadership consapevole: equilibrio tra impulso innovativo e saggezza familiare.
- Progetti futuri: focus su enoturismo e comunicazione globale.












































