Nelle remote valli dell’Armenia o sui pendii scoscesi della California, una nuova avanguardia di vignaioli sta ridefinendo il concetto di viticoltura. Non si tratta più solo di coltivare vite, ma di sfidare la natura stessa, di cimentarsi con terroir estremi che mettono alla prova la resistenza umana e la resilienza delle piante. Questa è la storia raccontata da Kate Dingwall su SevenFifty Daily, che ci porta in un viaggio attraverso i vigneti più inospitali del mondo, dove il vino è frutto di una lotta contro gli elementi.

Ma storie di viticoltura estrema arrivano anche dal nostro Paese. La foto a corredo di questo articolo, ad esempio, rappresenta il vigneto più alto d’Europa, in Val Venosta, a 1.340 metri di altitudine ai piedi della suggestiva Abbazia di Monte Maria. Un vigneto gestito in maniera eroica dai coniugi coraggiosi Van den Dries che realizza meno di 4.000 bottiglie di vino nella loro piccola ma straordinaria cantina Calvenschlössl di Laces-Malles (Bolzano). Di questa realtà unica ne scriveremo a breve in uno specifico articolo.

Ma immaginate anche di guidare un vecchio Land Rover sovietico per raggiungere il vigneto di Maran Winery in Armenia, situato a ben 2069 metri sul livello del mare, o di attraversare strade impervie per oltre un’ora per curare le vigne di Pinot Noir in Canada, sfidando gelate e incendi. Questi scenari non sono estratti da un film d’avventura, ma la quotidianità di quei vignaioli che hanno scelto di abbracciare i terroir più estremi per dar vita a vini eccezionali.

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Dall’altitudine estrema di IXSIR in Libano, dove le vigne svernano sotto un manto di neve a 1800 metri di quota, alla lotta contro i venti furiosi di Patagonia a 45 gradi di latitudine sud, ogni sfida è un’opportunità per esaltare l’unicità del vino prodotto. La decisione di coltivare in queste condizioni limite non è solo una scelta di stile, ma spesso una necessaria risposta al cambiamento climatico, alla ricerca di terroir più freschi e adatti a preservare l’equilibrio e la freschezza delle uve.

Le difficoltà incontrate sono molteplici e vanno oltre la mera coltivazione: isolamento, mancanza di manodopera specializzata, difficoltà logistiche. Tuttavia, come sottolineato da Dingwall, i risultati possono essere straordinari. I vini che nascono da queste avventure sono testimoni di un anno di lavoro e delle peculiarità del loro ambiente, raccontando storie di texture, profondità e ricchezza uniche.

Questo movimento verso i confini dell’impossibile viticolo non è solo una sfida personale dei vignaioli, ma diventa un esempio di come si possa rispondere in modo creativo e sostenibile alle minacce del cambiamento climatico. Attraverso l’esplorazione di nuove zone e l’adattamento delle tecniche agricole, si apre la strada a un futuro in cui la viticoltura non solo sopravvive, ma prospera, lasciando un terreno fertile per le generazioni future.

In un mondo dove la standardizzazione sembra dominare, queste storie di tenacia e innovazione ci ricordano il valore dell’unicità e della diversità. Il vino, in quest’ottica, diventa molto più di una bevanda: è un simbolo di resistenza, di adattamento e, soprattutto, di passione.