La classifica 2026 dei vini più costosi racconta un mercato sempre più concentrato e selettivo. La Borgogna domina con 24 etichette nelle prime 25 posizioni, mentre Domaine Leroy e Domaine d’Auvenay da soli rappresentano oltre il 64% del valore complessivo. Dietro quotazioni vertiginose emergono soprattutto scarsità, prestigio, terroir e desiderio dei collezionisti internazionali.
Al vertice del mercato mondiale del fine wine la geografia conta, ma conta ancora di più la rarità. Lo racconta con particolare evidenza la classifica 2026 di WineCap: 24 dei 25 vini più costosi provengono dalla Borgogna. E, all’interno di questo ristretto gruppo, 17 sono prodotti da appena due domaine: Domaine Leroy e Domaine d’Auvenay.
A guidare la graduatoria è il Romanée-Conti Grand Cru di Domaine de la Romanée-Conti, con un valore medio di 195.406 sterline per cassa da 12 bottiglie. Al secondo posto si trova il Chevalier-Montrachet Grand Cru di Domaine d’Auvenay, a 186.419 sterline per cassa.
Il dato più interessante, però, arriva osservando la struttura della classifica. Domaine Leroy occupa 11 posizioni, mentre Domaine d’Auvenay ne occupa sei. Insieme rappresentano il 64,1% del valore complessivo della top 25. Non è soltanto una dimostrazione della forza della Borgogna: è la fotografia di quanto il segmento più esclusivo del mercato sia diventato concentrato.
Lalou Bize-Leroy, il nome dietro la concentrazione
Dietro i due domaine c’è infatti la stessa persona: Lalou Bize-Leroy, che detiene inoltre una partecipazione del 25% in Domaine de la Romanée-Conti.
È un intreccio che aiuta a comprendere la particolarità di questa classifica. Non significa naturalmente che esista un unico soggetto a determinare il mercato dei grandi vini borgognoni, ma evidenzia quanto una combinazione di proprietà prestigiose, terroir irripetibili e produzioni minime possa concentrare una quantità enorme di valore in pochissime bottiglie.
La ragione è anche fisica, quasi prima ancora che economica. Domaine d’Auvenay dispone di appena 3,87 ettari distribuiti in 16 denominazioni, con parcelle estremamente piccole. Quella di Criots-Bâtard-Montrachet, per esempio, misura appena 0,064 ettari. Anche Domaine Leroy lavora con superfici ridotte e rese tra le più basse della Borgogna.
In questo segmento, dunque, la scarsità non è un elemento accessorio del prezzo: è parte integrante del valore.
Quando il prezzo non coincide con il punteggio
La classifica offre anche un’altra indicazione interessante. Il vino più costoso non è necessariamente quello che ha registrato la maggiore crescita di valore. Il Romanée-Conti, pur occupando stabilmente il vertice, ha realizzato nell’arco di dieci anni un apprezzamento del 70,9%, il più contenuto tra i 25 vini analizzati. Al contrario, alcuni vini partiti da valori molto più bassi hanno registrato incrementi impressionanti.
La differenza è particolarmente evidente per Domaine d’Auvenay, i cui sei vini presenti nella classifica hanno registrato mediamente una crescita del 1.178% in dieci anni. Ancora più spettacolare il dato dell’Échezeaux Grand Cru di Domaine Bizot, superiore al 2.000%. Sono numeri che ricordano una regola elementare dei mercati: un vino già estremamente costoso può continuare a essere il più caro senza essere quello che cresce più velocemente.
E anche la qualità percepita dai critici non spiega tutto. L’Ermitage Cathelin di Jean-Louis Chave, unico vino non borgognone nella top 25, occupa il quindicesimo posto con 61.143 sterline per cassa, pur registrando il punteggio medio più alto della graduatoria, 97,6 punti secondo WineCap. La correlazione tra punteggio e prezzo è infatti soltanto parziale.
Bianchi sempre più protagonisti
Un altro elemento merita attenzione: la parte alta del mercato non è dominata esclusivamente dai grandi Pinot Noir. I rossi occupano 16 dei 25 posti, ma i bianchi hanno un peso economico superiore alla loro presenza numerica. Rappresentano infatti il 36% dei vini della top 25, ma il 43,4% del valore complessivo.
Tre dei quattro vini più costosi sono bianchi, così come cinque dei primi dieci. E il divario di prezzo medio è significativo: 102.197 sterline per cassa per i bianchi contro 74.822 per i rossi. La mediana è rispettivamente di 79.861 e 59.798 sterline. È un’ulteriore conferma di quanto i grandi bianchi borgognoni siano diventati un segmento autonomo e particolarmente ricercato del fine wine internazionale.
Fuori dalla Borgogna, il vuoto
La sproporzione rispetto alle altre regioni è forse il dato più eloquente. L’unico vino non borgognone presente nella top 25 è l’Ermitage Cathelin di Jean-Louis Chave, al quindicesimo posto. Il primo Sauvignon Blanc di Screaming Eagle arriva al 28°, mentre il primo Bordeaux, Pétrus, è soltanto al 46°. Per trovare lo Champagne bisogna scendere all’80° posto, con Krug Clos du Mesnil. Il primo italiano, Soldera Case Basse, compare al 99° posto e chiude la top 100.
Questo non significa che Bordeaux, Champagne, Toscana, Piemonte o Napa abbiano perso il loro prestigio. Significa qualcosa di più specifico: nella fascia più estrema del mercato, la Borgogna ha costruito una combinazione di scarsità e desiderabilità che oggi non trova equivalenti numerici altrove.
Non a caso, WineCap rileva che nel luglio 2026 la Borgogna è tornata a rappresentare la quota maggiore degli scambi Liv-ex per valore. Ma la stessa analisi invita a non confondere questo primato con un mercato in piena espansione.
Il mercato corregge, la rarità resiste
La classifica arriva infatti dopo la lunga correzione seguita al picco del 2022. 17 dei 25 vini hanno perso valore negli ultimi dodici mesi, con una flessione media del 2%. Nell’arco di sei mesi, invece, la variazione media è stata positiva per appena lo 0,4%. Il mercato, insomma, non sta premiando indiscriminatamente tutto ciò che porta un’etichetta prestigiosa. Sta diventando più selettivo.
Ed è forse questa la chiave per leggere la classifica 2026. Il fine wine più costoso non rappresenta necessariamente il vino migliore, né quello destinato a crescere di più. Rappresenta soprattutto un bene estremamente raro, riconoscibile e desiderato da una platea internazionale di collezionisti.
Al vertice, il vino smette così di essere soltanto una bevanda. Diventa territorio, storia, reputazione e disponibilità limitata. E quando la disponibilità si misura in poche migliaia, o addirittura poche centinaia di bottiglie, il prezzo finisce per raccontare la scarsità quasi quanto racconta la qualità. È questa, più ancora dei 195.406 pound del Romanée-Conti, la fotografia più interessante del mercato del fine wine nel 2026.
Punti chiave:
- La Borgogna domina il vertice del fine wine: 24 dei 25 vini più costosi provengono dalla regione.
- Domaine Leroy e Domaine d’Auvenay occupano 17 posizioni della top 25 e rappresentano insieme il 64,1% del valore complessivo.
- Il Romanée-Conti Grand Cru è al primo posto con 195.406 sterline per cassa da 12 bottiglie.
- I bianchi hanno un peso economico superiore alla loro presenza numerica: sono il 36% della top 25 ma valgono il 43,4% del totale.
- Prezzo e crescita non coincidono: il Romanée-Conti è il più costoso ma ha registrato l’apprezzamento decennale più contenuto della top 25, +70,9%.





































































