Vicky Hampton difende su Substack l’uso dell’IA da parte di esperti competenti per scrivere testi, distinguendo questa zona grigia dall’AI slop generico. Condividiamo gran parte del suo ragionamento, ma poniamo una domanda ulteriore: quanti autori, senza l’intelligenza artificiale, saprebbero ancora scrivere un articolo con piena autonomia di pensiero e di giudizio critico?

Immaginate un’esperta di vino qualificata, con un palato eccellente e anche una certa esperienza. Ha un solo punto debole: l’inglese, che non è la sua lingua madre e che, tra scritto e parlato, non rende giustizia ai suoi contenuti. Poi, quella stessa esperta comincia a pubblicare articoli in un inglese impeccabile. Le ricerche sono solide, le opinioni sembrano genuine, le degustazioni convincono. Però, la costruzione delle frasi e la scelta delle parole riflettono palesemente l’uso dell’IA.

È l’esempio da cui parte Vicky Hampton, nel suo articolo pubblicato su Substack (AI in wine writing: is it that bad, or does it “just hit different”?), per mettere in discussione un dibattito che le pare troppo polarizzato. Tra le voci più forti della comunità enologica di Substack circola un argomento preciso: l’IA non può assaggiare un vino né vivere un’esperienza personale innescata da un bicchiere; quindi, fa male alla scrittura sul vino. Se le cose stessero davvero così, ammette Hampton, sarebbe d’accordo, almeno nel caso limite del prompt generico che partorisce 800 parole impersonali, buone per nessuno.

Ma la realtà, sostiene, è quasi sempre più sfumata. Il testo dell’esperta di cui sopra non è “AI slop” e non è nemmeno una lieve revisione di uno scritto umano: una persona ha pensato il contenuto e ha lasciato scrivere al robot. È la zona grigia che entrambe le fazioni tendono a ignorare e che si liquida troppo in fretta appena si riconoscono i tic dell’IA. Per chi scrive, riconosce l’autrice, la faccenda pesa: prima si competeva con altri scrittori, ora con chiunque abbia qualcosa da dire. Per il lettore, invece, dubita che cambi molto. Riceve informazioni ben documentate e note di degustazione di una persona reale, spesso anche in una forma migliore se si pensa all’inglese un po’ costruito perché non ben padroneggiato dell’esperta nell’esempio di apertura. Ciò che conta, per Hampton, non è chi ha scritto materialmente le frasi, ma se dietro ci sono competenza ed esperienza diretta con il vino.

E noi, che cosa ne pensiamo?

Partiamo da ciò che ci trova d’accordo. Che l’IA venga usata anche nel giornalismo è ormai il segreto di Pulcinella e, sempre secondo noi, la differenza la fa come la si usa. Se la si adopera senza criterio, con prompt sbagliati e affidandole ogni cosa, il problema, certo, che esiste. Se invece serve a risparmiare tempo (quante ore di sbobinatura avremmo recuperato ai tempi dell’università?), a fare ricerca, con il fact checking che ne consegue, o a correggere, allora diventa uno strumento prezioso. Sui refusi, poi, sappiamo tutti che possono sopravvivere fino alla terza tiratura: se una lettura in più li intercetta, ben venga.

Dove prendiamo le distanze è nel punto di partenza. Dire che l’IA non può assaggiare un vino, e che quindi è dannosa, presuppone che l’IA possa in qualche modo sostituire la presenza umana. Noi pensiamo che non sia così. La degustazione la fa una persona, con il suo naso, il suo palato e la sua storia; all’intelligenza artificiale spetta al massimo la rielaborazione dei pensieri che quella persona ha già formulato. E poi tocca ancora alla persona umana rileggere, controllare e modificare dove il testo suona forzato, perché i risultati dell’IA che prova ad imitare la naturalezza della scrittura umana, li sgamiamo tutti piuttosto velocemente.

Hampton ha ragione a pretendere che dietro le frasi ci sia un’esperienza vera. Noi aggiungiamo che quell’esperienza deve restare dietro la tastiera anche dopo che la bozza è stata generata, e che, quindi, non si può lasciare tutto in pasto all’IA.

Fin qui, la zona grigia ci convince. Un’esperta con un inglese incerto che si fa aiutare per raggiungere un pubblico internazionale è difficile da condannare e i lettori ne ricavano un vantaggio concreto. 

Lo spartiacque

Che l’intelligenza artificiale sia il futuro, ne prendiamo atto. Ciò che ci interessa è un altro aspetto: quanti dei pezzi pubblicati oggi hanno alle spalle autori che, senza l’IA, sarebbero in grado di scrivere un articolo in piena autonomia?

Il caso raccontato da Hampton regge perché la conoscenza c’era già tutta in partenza e l’IA si è limitata a risolvere un problema di lingua. Ma un testo ben fatto, per chi legge, non rivela da dove venga. Un pezzo costruito su anni di studio e uno costruito su un prompt fortunato possono presentarsi con la stessa sintassi impeccabile e lo stesso lessico sospettosamente “intenzionale”. Da fuori, la differenza tra chi guida lo strumento e chi ne è guidato diventa quasi invisibile. Ed è proprio l’invisibilità ad essere il terreno su cui le abitudini cambiano senza che nessuno se ne accorga.

Per questo la posta in gioco ci sembra riguardare meno la qualità dei testi e più la nostra autonomia: di pensiero, innanzitutto, ma anche di critica. La capacità di farsi un’idea propria, senza doversi per forza allineare a quella data (o generata) da altri. La capacità di criticare un’idea perché ne siamo effettivamente in contrapposizione. Queste sono capacità che vanno allenate analogicamente, non c’è IA che tenga. 

Torniamo, allora, all’esperta da cui siamo partiti. Se domani l’IA sparisse, il suo inglese tornerebbe forse a essere incerto, ma le sue idee, le sue degustazioni e il suo giudizio resterebbero intatti, perché erano suoi fin dall’inizio. 

Ci piacerebbe poter dire lo stesso di tutti coloro che oggi firmano un articolo. 


Punti chiave

  1. Vicky Hampton difende la zona grigia in cui esperti competenti si fanno scrivere i testi dall’IA.
  2. La degustazione resta un atto umano: l’IA rielabora solo pensieri già formulati da una persona.
  3. Il vero spartiacque riguarda l’autonomia di pensiero degli autori, più che la qualità finale dei testi.
  4. Un testo scorrevole nasconde spesso se chi scrive guida lo strumento o ne viene guidato.
  5. L’esperta dell’esempio manterrebbe idee e giudizio anche senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale.