Un elefante nella stanza, questa è l’espressione più congeniale per descrivere l’importazione massiccia di vino sfuso estero da parte delle cantine californiane: la situazione è nota a tutti, ma nessuno ne parla.

Secondo il report Gomberg Fredrikson (analisi che monitora le spedizioni mensili e annuali delle principali aziende vinicole californiane e le importazioni di vino per Paese, ndr), nel 2022 sono stati importati quasi 68 milioni di galloni (circa 2,6 milioni di ettolitri) di vino sfuso estero da parte dei produttori di vino californiani, un dato in aumento costante rispetto al 2019 (46 mln di galloni), al 2020 (51 mln di galloni) e al 2021 (53 mln di galloni).

Gli addetti ai lavori discutono della stagnazione del mercato, della moderazione, delle campagne di comunicazione contro l’alcol e delle eccessive giacenze di vino ma sembra che l’importazione di vino sfuso estero sia una questione da tenere nascosta.

Il fenomeno ha avuto inizio alla fine degli anni ’90, quando il mercato del vino statunitense in rapida crescita ha cercato di soddisfare la domanda guardando oltre i confini nazionali. Sebbene questo trend abbia subito una significativa battuta d’arresto nei primi anni 2000 (a causa dell’eccesso di offerta rispetto alla domanda) ha iniziato a riprendersi intorno al 2006 e da allora è cresciuto costantemente.

Molti dei principali buyer di uva della California sono anche i principali importatori di vino sfuso estero, ad esempio The Wine Group, E&J Gallo, Constellation Brands. Questo scenario è dovuto anche alla sovrapproduzione globale di vino che consente alle cantine statunitensi di acquistare vino sfuso estero a prezzi incredibilmente bassi per ridurre i costi di produzione.

Questa pratica ha avuto un impatto significativo sulla domanda di uva da vino in California. Molti viticoltori si trovano ora ad affrontare una stagnazione dei prezzi dell’uva e per compensare i costi di produzione sempre più elevati, sono costretti ad aumentare le rese delle vendemmie. Questo ha portato alla rimozione di molti vecchi vigneti, capaci di produrre vino di alta qualità ma non di generare sufficienti rese per rimanere vantaggiosi economicamente.

Inoltre l’importazione di vino sfuso estero risulta in contraddizione con i principi di sostenibilità che l’industria vinicola californiana ha cercato di implementare e promuovere negli ultimi decenni. È evidente che questa pratica non solo danneggia i coltivatori locali, ma mina anche la trasparenza e l’autenticità che i consumatori, in particolare i giovani, cercano sempre di più nei prodotti che acquistano.

È anche interessante notare come molti di questi vini importati vengano venduti come “vino americano”, anche se contengono fino al 25% di vino proveniente dall’estero miscelato con vino californiano. Questo può trarre in inganno i consumatori, che potrebbero acquistare un determinato vino pensando di sostenere i produttori locali.

L’importazione di vino sfuso dall’estero mina la prosperità a lungo termine del settore vinicolo californiano, molti ritengono che sia giunto il momento di far luce su questa pratica e che l’industria californiana del vino affronti apertamente questa questione per il bene di tutti gli attori coinvolti.

Questo processo richiede un cambiamento non solo nelle politiche aziendali, ma anche nell’approccio dei consumatori. I consumatori devono essere consapevoli dell’origine del vino che acquistano, solo attraverso un impegno collettivo e una maggiore trasparenza è possibile proteggere il futuro del settore vinicolo e garantire che continui a prosperare.