Per molti anni, la Cina ha rappresentato il più grande cliente dell’Australia per quanto riguarda l’export di vino. Le relazioni tra Cina e Australia si sono deteriorate a seguito dell’inizio della pandemia e nel marzo 2021 la Cina ha imposto dazi del 218% sui vini australiani, causando una grave crisi nel settore vinicolo australiano.

A novembre dello scorso anno l’Australia ha accettato di sospendere la sua denuncia contro la Cina presso la WTO (Organizzazione mondiale del commercio). In cambio, la Cina ha concordato di procedere ad una “revisione accelerata” dei dazi imposti sul vino australiano. Le tempistiche di questa revisione sarebbero durate circa 5 mesi, l’obiettivo era una ripresa del libero scambio già a partire da aprile 2024.

In anticipo sul tabellino di marcia, queste porte si sono ora riaperte, il Ministero del Commercio cinese ha proposto di rimuovere i dazi imposti sul vino australiano, segnando la fine di un blocco commerciale triennale che ha sconvolto le esportazioni di vino australiano con perdite per 1,2 miliardi di dollari australiani all’anno. Anche se il Ministero non ha ancora specificato pubblicamente una data, l’annuncio ufficiale ha sollevato l’industria vinicola australiana, gravemente colpita da sovrapproduzione e vendite globali in calo negli ultimi tre anni.

Wakefield Wines, di proprietà del gruppo vinicolo australiano Taylors Family Wines ha già assunto personale a Guangzhou, nel Sud della Cina, in previsione dell’abolizione dei dazi. Treasury Wine Estates, il più grande esportatore di vino australiano in Cina durante il periodo pre-dazi, è già “preparato e ben posizionato” per riprendere le spedizioni dei suoi vini sul mercato cinese.

Riscontri positivi ma poche illusioni

La notizia è stata naturalmente accolta con favore dall’industria vinicola australiana che attualmente ha enormi volumi di stock invenduti. Ma pochi si illudono che sia possibile ricostruire la quota di mercato precedente, anche perché il frangente attuale è molto differente rispetto al 2021.

La domanda interna cinese tra il 2022 e il 2021 è diminuita del 16%, le importazioni sono calate del 21%. Il consumo nel 2022 è stato stimato a 8,8 milioni di hl – poco più della metà del dato del 2012, quando il boom del vino cinese era al suo apice. Il lungo lockdown pandemico ha avuto un impatto drammatico sull’on trade (ristoranti, locali e bar), il canale dove viene consumato il maggior numero di vini.

Un altro fattore di preoccupazione riguarda gli stock invenduti di vino australiano attualmente presenti nei magazzini cinesi. Queste giacenze dovrebbero arrivare sul mercato a prezzi bassi. Questo certamente non aiuterà la percezione dei consumatori e l’immagine di qualità del vino australiano.

Rientrare in un mercato ridimensionato

All’interno di questo mercato ridimensionato, Cile, Sudafrica e Francia si sono mossi per accaparrarsi lo spazio e le quote di mercato lasciate incustodite dagli australiani. I consumatori cinesi di vino che apprezzavano lo Shiraz o il Cabernet australiani stanno ora consumando bottiglie spesso simili provenienti da altri Paesi.

Un altro importante ostacolo per tutti i potenziali esportatori di vino verso la Cina, riguarda il fenomeno denominato “Guochao” – letteralmente “onda nazionale” – caratterizzato da una sorta di sentimento nazionalista che si concretizza in una predilezione per brand e prodotti locali in linea con la cultura tradizionale. Il consumo di vino è considerato un comportamento “occidentale” e, in questo frangente caratterizzato da una negativa polarizzazione tra Occidente ed Oriente e da un riavvicinamento tra Russia e Cina, ciò non favorisce certamente le prospettive commerciali.

Michael Hatcher, Operations Manager di Bunnamagoo Wines nel New South Wales, non si fa illusioni. Prima dei dazi l’azienda esportava circa il 25-30% dei suoi vini in Cina: “I nostri principali clienti sono ancora lì, desiderosi di fare affari, ma con il calo dell’economia cinese, non credo che saranno pronti ad acquistare ancora. In prospettiva compreranno, ma certamente non ai livelli precedenti”.