Il 2023 si è rivelato un anno eccezionale per il settore vitivinicolo italiano, ma non nel senso positivo del termine. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Agricoltura, la produzione di vino ha raggiunto il punto più basso dal Dopoguerra, attestandosi a soli 38,3 milioni di ettolitri, un calo del 23,2% rispetto al 2022. Questo fa del 2023 l’anno con la vendemmia più scarsa degli ultimi 76 anni, un fenomeno che non si vedeva dal 1947.

Paolo Castelletti, segretario generale dell’Unione italiana vini (Uiv), ha sottolineato l’impatto drammatico di questa riduzione: “Con una produzione italiana ai minimi storici, il 2024 si annuncia molto complesso e sfidante, le nostre imprese avranno l’esigenza vitale di alzare il valore unitario dei propri prodotti, in un contesto macroeconomico che non è dei più favorevoli.” Questa situazione è aggravata dal fatto che l’anno scorso, anche aumenti di prezzo limitati hanno portato a una riduzione quasi automatica degli acquisti nei principali mercati retail internazionali.

Il calo della produzione è stato principalmente attribuito agli effetti del cambiamento climatico e agli attacchi di peronospora, malattia fungina favorita dalle piogge frequenti che hanno colpito molti vigneti, soprattutto nel Centro e Sud Italia. Le regioni più affette includono Abruzzo, Toscana, Puglia e Sicilia, dove le produzioni hanno registrato cali fino al 70% in alcuni casi.

Nonostante le problematiche legate ai volumi, l’Osservatorio Assoenologi, Ismea e Uiv ha registrato riscontri positivi sul fronte della qualità. La cosiddetta estate settembrina ha contribuito a migliorare la sanità e la qualità delle uve, anche se ha ulteriormente ridotto le quantità. La situazione di scarsa produzione, sebbene problematica, potrebbe fornire un’opportunità per rafforzare il posizionamento di mercato dei vini italiani, spingendo verso una maggiore valorizzazione della qualità rispetto alla quantità.

La risposta delle istituzioni non si è fatta attendere. Alessandro Nicodemi, presidente del Consorzio di tutela dei Vini d’Abruzzo, ha dichiarato: “Sui ristori la situazione è ingarbugliata: la buona notizia è che il percorso è stato tracciato con la misura cosiddetta 102 che prevede lo sgravio dei contributi, il blocco dei mutui e ristori diretti. Tuttavia, l’iter amministrativo e burocratico ha tempi biblici quindi non si ha la certezza né di quando saranno applicate le agevolazioni né di quando arriveranno i ristori diretti.”

Questo scenario ha portato a riflessioni più ampie sul futuro del settore. Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, pur riconoscendo il danno immediato della scarsa produzione, ha notato un effetto indirettamente positivo: “Aver raccolto meno è stata una mano santa perché ha dato respiro al mercato che risultava fortemente penalizzato dalla quantità elevata di vino in giacenza, non venduto. Se i produttori avessero prodotto di più e il vino fosse rimasto in cantina, forse per le aziende la spesa sarebbe stata superiore al danno.”

Con una prospettiva così complessa, l’industria vinicola italiana si trova di fronte a scelte cruciali che richiederanno una gestione attenta e strategie di lungo termine per preservare non solo la quantità, ma soprattutto la qualità e il prestigio che hanno reso il vino italiano celebre nel mondo. Il dibattito su come bilanciare produzione e qualità continuerà a essere al centro delle discussioni nel settore nei prossimi anni, noi seguiremo le evoluzioni e gli adattamenti del mercato a questa nuova realtà.