A sette anni dal referendum, le previsioni sul vino post-Brexit si sono in gran parte avverate: consumi in calo, prezzi in rialzo e un mercato più incerto. L’indebolimento della sterlina e la riduzione del potere d’acquisto hanno inciso più delle tasse. Il Regno Unito resta centrale nel commercio vinicolo, ma il sogno sovranista di un nuovo Eldorado commerciale è rimasto tale.

Brexit ha impattato il mercato vinicolo del Regno Unito in modo profondo, ma quanto erano accurate le previsioni fatte nel 2017? Uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato in quell’anno prevedeva un calo dei consumi, un aumento dei prezzi e una sterzata nelle importazioni verso nuovi mercati. Ora, con dati aggiornati della Wine & Spirit Trade Association (WSTA) e dell’International Organisation of Vine and Wine (OIV), possiamo tirare le somme.

Il modello dell’Università di Cambridge stimava un calo del consumo di vino nel Regno Unito a causa della debolezza della sterlina e di un rallentamento economico. I numeri della WSTA confermano effettivamente una riduzione dei consumi, mal’aumento costante delle tasse sul settore viene indicato come il principale responsabile. Nel 2022, il comparto vino e spirits ha generato un fatturato di 76,3 miliardi di sterline, una parte significativa di questa cifra è stata versata direttamente nelle casse dello Stato.

Sul fronte globale, il rapporto OIV 2024 evidenzia una produzione vinicola in calo del 2% rispetto all’anno precedente, con il volume più basso dal 1961. L’Europa ha subito i contraccolpi maggiori, Francia e Spagna sono state colpite duramente dai cambiamenti climatici. Questo si traduce in costi di importazione più elevati per i consumatori britannici, aggravando ulteriormente la pressione sui prezzi.

Lo studio del 2017 minimizzava il peso delle imposte post-Brexit rispetto agli effetti di una sterlina debole e di una contrazione dei redditi. I dati attuali confermano questa previsione: il Regno Unito resta un centro nevralgico per le importazioni di vino, sebbene a costi più alti. Secondo la WSTA, il 39% del fatturato del settore proviene da grossisti, importatori e distributori, segno della continua centralità della Gran Bretagna nel commercio internazionale del vino.

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Tuttavia, non tutte le previsioni dello studio si sono avverate. Si ipotizzava una crescita delle importazioni da paesi extra-UE come Australia, Sudafrica e Cile, per compensare il rincaro dei vini europei. Ma i dati dell’OIV mostrano che l’Italia resta il principale fornitore di vino per il Regno Unito, mentre le esportazioni australiane, invece di crescere, hanno subito una battuta d’arresto, complici anche le difficoltà produttive.

Una delle previsioni più ottimistiche riguardava la crescita della produzione vinicola domestica, incentivata da una sterlina più debole che avrebbe reso il vino inglese più competitivo. Il settore ha effettivamente registrato progressi, soprattutto nei vini spumanti, ma le difficoltà non mancano. La carenza di manodopera, aggravata dalle restrizioni post-Brexit, e le incognite climatiche rappresentano sfide concrete per i produttori britannici.

A sette anni dal referendum, l’impatto di Brexit sul mercato del vino appare chiaro: consumi in calo, prezzi in rialzo e un quadro economico incerto. Le previsioni dell’Università di Cambridge si sono dimostrate in gran parte corrette: le imposte hanno avuto un peso secondario rispetto all’indebolimento della sterlina e alla diminuzione del potere d’acquisto. E alla fine, sono i consumatori britannici a pagarne il prezzo, sia in termini economici che di scelta.

Brexit era stata presentata come una vittoria della sovranità nazionale, ma il risultato più evidente è che oggi gli inglesi pagano di più per il vino. Il mercato si è adattato, ma le promesse di un nuovo Eldorado commerciale restano lontane dalla realtà. E mentre si brinda con un calice sempre più costoso, resta l’auspicio che almeno qualche lezione sia stata appresa.


Punti chiave:

  1. Le previsioni del 2017 si sono rivelate in gran parte corrette – Il calo dei consumi e l’aumento dei prezzi sono confermati dai dati attuali. L’indebolimento della sterlina e la riduzione del potere d’acquisto hanno avuto un impatto maggiore delle imposte.
  2. Il Regno Unito resta un mercato chiave per il vino, ma a costi più alti – Nonostante Brexit, il Regno Unito continua a essere un hub centrale per le importazioni di vino. I prezzi sono aumentati a causa di svalutazione della sterlina, tasse e costi di importazione più elevati.
  3. Le importazioni extra-UE non sono cresciute come previsto – Lo studio del 2017 ipotizzava un aumento degli acquisti da Australia, Sudafrica e Cile. In realtà, l’Italia è rimasta il principale fornitore, mentre le esportazioni australiane sono in calo.
  4. La produzione vinicola britannica è cresciuta, ma con difficoltà – Il vino inglese, soprattutto gli spumanti, ha guadagnato terreno. Tuttavia, la carenza di manodopera post-Brexit e le sfide climatiche limitano il potenziale di espansione.
  5. Brexit ha aumentato i costi per i consumatori senza portare vantaggi concreti – I britannici oggi pagano di più per il vino e hanno meno scelta. Il sogno di una maggiore indipendenza economica nel settore vinicolo non si è realizzato.