Nel primo semestre 2026 le importazioni di vino negli Stati Uniti crollano del 25,2% in valore, complice il dazio del 15% sui prodotti europei. Francia e Italia perdono oltre 580 milioni di euro, mentre Austria e Germania limitano i danni. Cresce solo il Bag-in-Box: un segnale su cui vale la pena riflettere.
C’è un numero che racconta meglio di ogni altro cosa sta succedendo al mercato del vino più ambito al mondo: -816,4 milioni di euro (-25,2%). È la flessione dell’import di vino in valore sul mercato statunitense nei primi sei mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025. Non un rallentamento fisiologico, ma una contrazione strutturale che si somma mese dopo mese da quando, il 7 agosto 2025, è entrato in vigore il dazio del 15% imposto da Washington ai prodotti provenienti dall’Unione Europea — una misura che, un anno dopo, continua a farsi sentire lungo tutta la catena di fornitura.
I dati elaborati dall’Interprofesional del Vino de España (OIVE) sulla base delle statistiche doganali statunitensi non lasciano dubbi: nel primo semestre 2026 gli USA hanno importato 536,8 milioni di litri di vino, il 16,8% in meno rispetto ai sei mesi precedenti, per un valore complessivo di 2.425,6 milioni di euro, in calo del 25,2%. Il prezzo medio si è attestato a 4,52 €/litro, con una flessione del 10,1%. Un dato, quest’ultimo, che segnala come la crisi non riguardi solo i volumi ma stia comprimendo anche il valore unitario delle bottiglie che riescono comunque ad attraversare l’Atlantico.
Francia e Italia, le più esposte
Sul podio dei fornitori le posizioni non cambiano, ma la sostanza sì. La Francia resta il primo Paese per valore con 955,8 milioni di euro, ma lascia sul terreno un quarto del proprio fatturato (-25,2%, pari a -322,6 milioni). L’Italia segue con 790,8 milioni di euro e una flessione praticamente identica (-25%, -263,4 milioni). Sono proprio le due potenze dell’export enologico a concentrare la parte più consistente della frenata complessiva: da sole spiegano oltre 585 milioni dei 816 milioni persi in valore dal mercato USA nel 1° semestre 2026.
Il dato più interessante, però, arriva analizzando il prezzo medio: per la Francia è sceso del 21,9%, per l’Italia del 16,9%. Significa che, a fronte di volumi già in calo (Francia -5,3%, a quota 99 milioni di litri; Italia -9,8%, a 170,2 milioni di litri, comunque prima per quantità), gli importatori americani hanno anche negoziato al ribasso, scaricando parte del peso del dazio sui fornitori europei più che sul consumatore finale.
Nuova Zelanda (208,1 milioni di euro, -14%) e Spagna (133,7 milioni di euro, -20,9%, quarta piazza) completano la top 4 in valore, mentre in volume la classifica si ridisegna: dopo Italia e Francia arriva il Canada con 63,8 milioni di litri (-21,5%), e la Spagna scivola alla settima posizione con 29,3 milioni di litri (-15,7%).
I Paesi minori pagano il conto più salato
Se i due colossi europei fanno notizia per i numeri assoluti, è tra i fornitori più piccoli che la crisi morde più a fondo. I Paesi oltre la 13ª posizione in classifica hanno perso, nel loro insieme, il 46,3% in valore e il 53,9% in volume. Tra i big, Australia, Cile e Sudafrica registrano alcune delle flessioni più marcate, con cali in valore vicini al 40%.
Non tutti però hanno sofferto allo stesso modo. L’Austria, dodicesima nel ranking, ha contenuto la perdita al -7% in valore, il risultato migliore tra i fornitori tracciati. Bene anche la Germania, che con un -14,1% ha fatto meglio della media di mercato, complice un prezzo medio sceso di appena il 3,6% (a 4,10 €/litro) a fronte di un volume in calo del 10,9% — sostanzialmente in linea con la media generale.
Un semestre a due velocità
Guardando l’andamento mese per mese emerge un dettaglio che aiuta a leggere meglio la fotografia complessiva: il primo trimestre è stato molto più duro del secondo. La Francia, da sola, ha perso 162 milioni di euro nel solo mese di gennaio (-61,4% su base annua) — un colpo che vale circa metà dell’intero arretramento semestrale del Paese. Anche la Germania ha aperto l’anno male, con perdite superiori al 40% in gennaio e febbraio, salvo poi tornare a crescere in valore tra marzo e maggio. Un segnale che il mercato, dopo lo shock iniziale dei dazi, ha iniziato in parte a riassestarsi, pur restando su livelli nettamente inferiori a quelli pre-2025.
Il vino imbottigliato tiene il timone, ma perde quota
Per tipologia di prodotto, il vino imbottigliato resta di gran lunga il segmento dominante — 70% del valore e 59% del volume totale importato — ma è anche quello che soffre di più: 1.693,2 milioni di euro (-26,6%) e 318,2 milioni di litri (-12,4%), con un prezzo medio sceso del 16,2% a 5,32 €/litro. Segue lo spumante, secondo per importanza economica con 630,2 milioni di euro (-19,8%) e 90,3 milioni di litri (-9,6%), prezzo medio 6,98 €/litro (-11,3%).
C’è però una nota in controtendenza, e non è un dettaglio marginale: il Bag-in-Box è l’unico segmento in crescita, sia in valore (+12%, a 16,3 milioni di euro) sia soprattutto in volume (+49,6%, a 7,9 milioni di litri) — con la Germania tra i Paesi che hanno contribuito maggiormente a questo balzo. Resta una nicchia sul totale del mercato, ma è un segnale da non sottovalutare per chi guarda alle nuove abitudini di consumo americane, sempre più orientate a formati pratici e a un minor impegno di spesa per bottiglia. Il vino sfuso, all’opposto, accelera la propria discesa: -36,4% in valore (85,9 milioni di euro) e -31,9% in volume (120,3 milioni di litri).
Uno sguardo più ampio
Allargando l’orizzonte ai dodici mesi (luglio 2025-giugno 2026), il quadro non migliora: 4.718,5 milioni di euro importati, il 27% in meno in valore rispetto ai dodici mesi precedenti, e 1.091,8 milioni di litri, -11,7% in volume. Numeri che confermano come il rallentamento non sia un episodio isolato, ma una tendenza consolidata da quando i dazi sono entrati in vigore.
Anche il solo mese di giugno 2026, del resto, va nella stessa direzione: importazioni USA a 448,2 milioni di euro (-8,2%) e 92 milioni di litri (-9,3%), con Francia e Italia che insieme pesano ancora per il 73,6% della spesa mensile, nonostante entrambe in flessione (rispettivamente -6,2% e -11,6%).
Resta da capire quanto di questa frenata sia destinato a diventare strutturale e quanto, invece, possa attenuarsi se le condizioni commerciali dovessero cambiare. Per ora, il mercato statunitense continua a ridimensionare il proprio appetito per il vino europeo — e la fattura, per i produttori del Vecchio Continente, si fa sentire eccome.
Punti chiave:
- Crollo generalizzato: nel primo semestre 2026 gli USA hanno importato il 25,2% in valore in meno (2.425,6 milioni di euro) e il 16,8% in meno in volume (536,8 milioni di litri) rispetto al 2025.
- Francia e Italia le più colpite: da sole rappresentano oltre 585 milioni di euro di perdite, con un calo di circa il 25% ciascuna.
- Prezzi in discesa: il prezzo medio è sceso del 10,1% (4,52 €/litro), segno che parte del peso dei dazi ricade sui fornitori europei più che sui consumatori finali.
- Bag-in-Box in controtendenza: è l’unico segmento in crescita, con +12% in valore e +49,6% in volume, pur restando marginale sul totale del mercato.
- Austria e Germania resistono meglio: contengono le perdite rispettivamente al -7% e al -14,1%, ben al di sopra della media di mercato.


































































