L’industria vinicola globale affronta una crisi silenziosa: mentre tutti parlano di sostenibilità ambientale e certificazioni, il pilastro economico crolla sotto il peso di costi crescenti e prezzi stagnanti. Dal Prosecco redditizio alla Puglia in bilico, dall’Australia alla California, un’inchiesta rivela perché senza viabilità economica nessuna sostenibilità può sopravvivere.
Una recente inchiesta di Tom Bruce-Gardyne pubblicata su The Drinks Business dal titolo “The forgotten cost of sustainability” solleva una questione cruciale che l’industria vinicola globale fatica ancora ad affrontare: dei tre pilastri della sostenibilità – ambientale, sociale ed economico – è proprio quest’ultimo a essere sistematicamente trascurato. E senza redditività economica, avvertono esperti e produttori, l’intero castello della sostenibilità rischia di crollare.
La sostenibilità dovrebbe essere come uno sgabello a tre gambe, perfettamente bilanciato. La realtà, però, racconta una storia diversa. Come evidenzia Peter Stanbury, direttore della ricerca presso il Sustainable Wine Roundtable “al momento c’è una disattenzione intrinseca intorno al pilastro economico della sostenibilità”. Il risultato? Sempre più oneri vengono caricati sui viticoltori senza alcuna considerazione su come potranno sostenerli economicamente.
Recenti studi accademici confermano questa tendenza: una ricerca pubblicata su ScienceDirect ha evidenziato come le cantine associno la sostenibilità prevalentemente agli aspetti ambientali, mentre le pratiche economiche ricevono attenzione molto inferiore, pur essendo fondamentali per la sopravvivenza delle imprese.
Il paradosso del packaging “verde”
Un dato fa riflettere: circa il 50% dell’impronta di carbonio del vino è nel packaging e nella distribuzione. Eppure molti vini biologici – simbolo di sostenibilità agli occhi dei consumatori – vengono commercializzati in bottiglie di vetro pesantissime che contraddicono completamente l’etica ambientale che dichiarano di perseguire.
In Sicilia, la tenuta Santa Tresa affronta una realtà comune a molti produttori mediterranei: gran parte del territorio è naturalmente biologico, ma il costo delle certificazioni e del packaging sostenibile pesa sempre di più in un mercato che chiede prezzi sempre più competitivi. La pressione è insostenibile: da un lato la domanda in calo, dall’altro i costi crescenti del riciclo di vetro e carta.
Le contraddizioni del mercato: Prosecco e Primitivo
I contrasti economici all’interno dell’industria vinicola italiana sono stretti e rivelatori. I viticoltori del Prosecco DOC oggi coltivano le uve più redditizie d’Italia, guadagnando poco più di 20.000 euro per ettaro ai prezzi attuali di 1,15 euro al chilo. Un successo costruito anche grazie a scelte di tutela del marchio che hanno privilegiato la qualità e l’origine, impedendo che il vino finisse in formati considerati inappropriati.
All’estremo opposto si trova la Puglia, un tempo “cantina d’Europa” basata su cooperative e vino sfuso. Come riporta Bruce-Gardyne, la regione sopravvive grazie alla moda del Primitivo, ma molti temono che quando questa finirà, il sistema collasserà perché i produttori non riusciranno nemmeno a vendere vini private label a basso prezzo. La transizione dalla quantità alla qualità richiede incentivi per ridurre le rese e usare meno prodotti chimici, ma non è chiaro chi pagherà questo cambiamento necessario.
Rioja: trent’anni di prezzi fermi
La situazione in Rioja è altrettanto preoccupante. L’inchiesta di The Drinks Business rivela che negli ultimi trent’anni il prezzo medio delle uve si è aggirato intorno a 0,80 euro al chilo, con una tendenza sostanzialmente piatta. Circa il 20% del mercato di Rioja, secondo le stime raccolte, non è economicamente sostenibile.
Andreas Kubach MW, co-fondatore e CEO di Península Vinicultores, è categorico: “Se non è economicamente sostenibile, non può essere ambientalmente o socialmente sostenibile“. Quando i margini sono troppo stretti, i produttori mentono e tagliano gli angoli solo per sopravvivere, vanificando ogni sforzo di sostenibilità reale.
L’analisi propone un punto di riferimento chiaro: la terra dovrebbe rendere un minimo del 3-4% per il coltivatore e dell’8-12% per il produttore. Qualsiasi prezzo inferiore spinge l’intero sistema verso l’insostenibilità ambientale.
Il prezzo impossibile della grande distribuzione
Un caso concreto citato nell’articolo fa riflettere: a dicembre, la catena britannica Asda vendeva vino spagnolo a 4,15 sterline. Tolta l’accisa e l’IVA, rimane appena una sterlina da dividere tra viticoltore, produttore, packaging, trasporto e retailer. Come sottolinea giustamente l’inchiesta: “Non si può produrre una bottiglia di vino sostenibile a 1,15 euro franco cantina; è tecnicamente impossibile“.
La cosa sorprendente? A 1,80 euro si potrebbe. La differenza è piccola, ma è proprio quell’ultimo margine che determina se un’azienda vinicola può sopravvivere o meno, se può investire in pratiche sostenibili o deve tagliare ogni costo per restare competitiva.
La crisi globale: dall’Australia alla California
Nel Riverland australiano, che produce un terzo del raccolto annuale del Paese, i prezzi per le uve Shiraz sono crollati fino a 200 dollari australiani per tonnellata nel 2024. In California, la situazione è altrettanto drammatica: si stima che il 30% del raccolto 2025 rimarrà invenduto, equivalente a perdite per 2-3 milioni di dollari.
Il paradosso è che questa crisi non sta spingendo i produttori a intensificare le pratiche insostenibili per aumentare i volumi. Al contrario molti stanno facendo l’opposto: lasciare nei vigneti la frutta non raccolta, estirpare vigneti o abbandonare completamente l’industria.
L’abbandono dei vigneti porta con sé conseguenze ambientali spesso sottovalutate. Dalle frane nel Douro alla desertificazione in Sicilia, gli esempi si moltiplicano. Come evidenzia l’inchiesta di Bruce-Gardyne, le parcelle abbandonate sono state una delle ragioni per cui gli incendi del 2025 a Corbières sono stati così devastanti: i vigneti abbandonati dieci anni prima si erano trasformati in sterpaglia altamente infiammabile.
Allison Jordan, vice presidente degli affari ambientali al Wine Institute of California, esprime la preoccupazione di molti: quale sarà il prossimo uso della terra vinicola abbandonata? L’auspicio è che le aziende agricole, spesso in mani familiari da generazioni, possano lasciare i terreni a riposo in attesa di una ripresa del mercato. Ma la storia insegna che il destino di queste terre è tutt’altro che scontato.
La via rigenerativa: costi iniziali, benefici duraturi
L’approccio rigenerativo, come spiega Justin Howard-Sneyd MW nell’articolo, può effettivamente migliorare la redditività: rese potenzialmente migliori e costi più bassi, anche senza ottenere un premio sul prezzo del vino. Il limite? Richiede tempo per imparare e, finora, relativamente pochi produttori lo stanno sperimentando, sebbene negli Stati Uniti stia crescendo rapidamente.
L’alternativa, per chi fatica a competere, è la trappola dell’intensificazione: più azoto per ottenere più rese, che porta a suoli impoveriti e viti deboli, creando un circolo vizioso di malattie e necessità di trattamenti chimici sempre più aggressivi.
Il settore vinicolo è sulla strada giusta per bilanciare economia e sostenibilità, ma “ci vorrà tempo e sforzo”. La speranza è riposta negli attori della filiera che stanno ponendo le domande giuste e cercando soluzioni concrete.
La crisi economica dell’industria vinicola globale non è un fenomeno temporaneo ma una ristrutturazione profonda. Mentre le vendite continuano a calare nei mercati chiave, l’industria deve riconoscere che la sostenibilità economica non è un optional ma il fondamento su cui poggia ogni altra forma di sostenibilità.
Il rischio, oggi più che mai evidente, è che l’enfasi esclusiva su certificazioni ambientali e pratiche biologiche finisca per accelerare la crisi di produttori già in difficoltà, trasformando la sostenibilità in un lusso accessibile solo a pochi.
Punti chiave
- La sostenibilità economica è il pilastro dimenticato: mentre l’industria si concentra su ambiente e certificazioni, i viticoltori affrontano oneri crescenti senza alcuna considerazione sulla loro capacità di sostenerli economicamente.
- Il premio del biologico è evaporato: troppo vino biologico sul mercato ha eliminato il vantaggio economico iniziale, lasciando i produttori con costi più alti e nessun beneficio sul prezzo di vendita.
- Crisi globale senza precedenti: in California il 30% del raccolto 2025 rimarrà invenduto, in Australia i prezzi sono crollati a 200$/tonnellata, mentre in Rioja i prezzi delle uve sono fermi da trent’anni a 0,80€/kg.
- I prezzi della grande distribuzione sono insostenibili: vendere vino a 4,15 sterline lascia appena 1 sterlina per l’intera filiera. Sotto 1,80€ franco cantina è tecnicamente impossibile produrre vino in modo sostenibile.
- L’abbandono dei vigneti crea danni ambientali: dai vigneti abbandonati che alimentano gli incendi in Francia alla desertificazione siciliana, la mancanza di sostenibilità economica genera conseguenze ecologiche devastanti.












































