Il braccio di ferro tra la Casa Bianca e la Corte Suprema raggiunge il culmine: le minacce di dazi del 200% sul vino francese non sono solo una minaccia economica, ma una sfida costituzionale senza precedenti. Mentre il settore attende con ansia il verdetto di febbraio, l’analisi svela come il vero pericolo risieda nella erosione delle norme costituzionali. Il futuro del commercio transatlantico dipende anche dal ripristino dei confini del potere presidenziale.
Mentre il mondo del commercio internazionale trattiene il respiro, gli occhi di giornalisti e analisti legali sono fissi su un unico punto: la Corte Suprema degli Stati Uniti. Da settimane si attendeva un segnale, una riga in un elenco di ordini che potesse porre un limite alla politica dei dazi del Presidente Donald Trump ma la Corte Suprema non si è pronunciata sulla legalità dei dazi e, secondo le sue consuete procedure, la prossima data possibile per la decisione sarà il prossimo 20 febbraio. Una questione che ha smesso da tempo di riguardare solo l’economia per addentrarsi nei meandri della tenuta costituzionale americana.
Oltre l’economia: dazi come arma personale
Non è un segreto che Trump abbia costruito parte del suo consenso sulla promessa di reindustrializzare il cuore degli USA attraverso il protezionismo. Tuttavia, ciò a cui stiamo assistendo oggi sembra esulare da qualsiasi piano programmatico votato dagli elettori. La minaccia di imporre un dazio del 200% sui vini e i distillati francesi non nasce da una strategia macroeconomica, ma da tensioni diplomatiche che sfiorano l’assurdo, come le pretese territoriali sulla Groenlandia o il rifiuto del presidente francese Macron di aderire al “Board of Peace” per Gaza.
Il punto centrale non è l’uso dei dazi in sé, ma la loro strumentalizzazione come clava politica per colpire gli alleati. Nonostante l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa sia un pilastro fondamentale per la sicurezza globale, il Presidente sembra disposto a metterla a rischio per capricci momentanei come è avvenuto a metà gennaio scorso, quando l’amministrazione Trump ha minacciato dazi dal 10% (dal 1° febbraio) al 25% (dal 1° giugno) su 8 Paesi europei (il motivo è la mancata adesione al piano USA di “acquisto” della Groenlandia e l’invio di truppe sull’isola) per poi ritritarli appena una settimana dopo, il 22 gennaio.
Il nodo costituzionale: chi detiene il potere di imporre dazi?
La Costituzione degli Stati Uniti parla chiaro: il potere di imporre dazi spetta al Congresso, non alla presidenza. Eppure, l’amministrazione Trump si sta muovendo nelle pieghe dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977, una legge nata per le emergenze nazionali e ora usata come passe-partout per una guerra commerciale senza precedenti.
Esisterebbero basi legali solide per agire: la Francia, ad esempio, ha annunciato una tassa sui servizi digitali che colpisce giganti americani come Amazon, Google e Apple. Se Trump usasse i dazi per rispondere a questa specifica discriminazione economica, ci troveremmo nel campo della politica commerciale standard. Invece, come un “re folle”, agisce per offese personali percepite, ignorando le motivazioni economiche reali.
La battaglia legale e la “linea rossa”
Una piccola azienda d’importazione di vino di New York (VOS Selections) ha osato sfidare questo sistema, portando il caso fino ai massimi giudici della nazione. Durante l’udienza di novembre, è emerso chiaramente che una maggioranza dei giudici della Corte Suprema pende verso una limitazione del potere presidenziale in materia di dazi.
Il ritardo nella sentenza potrebbe avere una spiegazione paradossale: più Trump alza il tiro con minacce stravaganti, più i giudici potrebbero sentirsi in dovere di redigere un parere legale complesso e inattaccabile per tracciare una linea rossa definitiva ma è necessario tenere conto di due fattori:
- Il dato economico: nonostante l’incertezza, il mercato azionario è cresciuto di oltre il 15% sotto l’attuale amministrazione, il che spiega perché parte dell’opinione pubblica resti favorevole.
- Il rischio sistemico: se il Congresso non interviene per arginare l’uso capriccioso dei dazi, spetta alla Corte Suprema agire. Non è solo una questione di Bordeaux o Champagne; è una questione di equilibrio tra i poteri.
Perché dobbiamo preoccuparci?
Possiamo essere favorevoli o contrari alle politiche migratorie o estere, ma il vero pericolo risiede nella erosione delle norme costituzionali. Quando i dazi diventano strumenti di pressione personale anziché strumenti di politica economica, il sistema democratico vacilla.
La speranza è che la Corte Suprema non attenda oltre il 20 febbraio — data prevista per il ritorno in aula — per emettere una sentenza. Il settore del vino, e con esso la stabilità delle relazioni transatlantiche, non può permettersi di aspettare che un capriccio si trasformi in una crisi economica permanente.
Punti chiave:
- La minaccia di un dazio del 200% sui vini francesi appare legata a tensioni diplomatiche personali piuttosto che a una reale strategia di crescita economica nazionale.
- L’amministrazione utilizza l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per scavalcare il potere del Congresso, che detiene costituzionalmente l’autorità sulle tariffe.
- La Corte Suprema è chiamata a tracciare una linea rossa definitiva per limitare l’uso arbitrario dei dazi come strumento di pressione politica verso gli alleati storici.
- L’interscambio commerciale tra Stati Uniti ed Europa è a rischio, nonostante la reciproca importanza dei mercati per la stabilità economica di entrambi i blocchi.
- Il ritardo nella sentenza della Corte potrebbe indicare la volontà dei giudici di produrre un’opinione giuridica più forte e strutturata contro l’abuso del potere esecutivo.












































