I vini dealcolati sono passati dall’essere ignorati a diventare un trend discusso. Il settore oscilla tra esaltazione e demonizzazione senza un’analisi razionale. L’alcol è un elemento chiave dell’identità del vino: può davvero essere eliminato senza snaturarlo? Un’analisi critica su un fenomeno in crescita, ma probabilmente destinato a rimanere di nicchia.

Per qualche anno i vini dealcolati sono stati totalmente ignorati dal nostro mondo del vino. Poi sono stati demonizzati e adesso sembrano un trend inarrestabile che quasi tutti vogliono rincorrere.

Mi permetto di dire che anche questo atteggiamento nei confronti dei vini no e low alcol evidenzia un grado di immaturità del settore. Per decenni snobbati, oggi vengono dipinti da alcuni come il nuovo trend di consumo globale. Ma c’era davvero tutto questo bisogno di una versione ‘senza peccato’ del vino? O siamo di fronte all’ennesima sovrastima di un fenomeno che rimarrà quasi sicuramente relegato a una nicchia?

Attenzione, come ho avuto modo di scrivere un po’ di tempo fa -nell’articolo: Perché dico sì ai vini no alcol -, sono assolutamente a favore che sia la nostra filiera del vino a detenere la produzione di vini dealcolati, perché sarebbe stupido perdere un’opportunità comunque utile per la sostenibilità economica del nostro settore. Ma pensare che sarà una tendenza che cambierà il destino economico del nostro comparto, perché legata ad un trend di consumo inarrestabile che vede nell’alcol il demone, lo ritengo totalmente errato.

Se ascoltiamo i toni entusiastici di alcuni osservatori, sembrerebbe che il futuro del vino sia senza alcol. Peccato che i dati raccontino una storia diversa. Il mercato dei vini dealcolati cresce, sì, ma non in modo esponenziale. Resta confinato a percentuali risibili rispetto al consumo globale del vino tradizionale. E, soprattutto, il target principale non è rappresentato da chi ha sempre bevuto vino, ma da consumatori che si avvicinano al mondo del beverage con una logica completamente diversa.

In altre parole, chi prima sceglieva un bicchiere di rosso o di bianco, difficilmente lo sostituirà con una versione analcolica. Al contrario, chi ha sempre evitato il vino, magari per questioni religiose, etiche o di stile di vita, potrebbe trovare nei vini dealcolati una valida alternativa. Ma questo significa davvero che l’alcol è destinato a scomparire dal vino?

Un settore che rincorre le tendenze invece di comprenderle

La storia del vino è piena di mode effimere. Negli anni abbiamo visto l’ascesa e la caduta di trend che sembravano inarrestabili: dal boom del Moscato al successo momentaneo dei vini ‘naturali’ radicali, fino ai rosati che, dopo un’esplosione commerciale, si sono stabilizzati in una nicchia ben definita. Il problema non è la nascita di nuovi fenomeni, ma il modo con cui il settore li affronta: con entusiasmo cieco e senza un’analisi concreta.

La corsa a dichiarare i vini dealcolati ‘il futuro’ dimostra ancora una volta quanto l’industria del vino fatichi a gestire le nuove tendenze con lucidità. Si passa dall’ignorare completamente un fenomeno al mitizzarlo, spesso senza comprendere le vere dinamiche di mercato. Si rincorrono i consumatori senza porsi la domanda più importante: il vino può davvero fare a meno dell’alcol?

L’alcol: componente chiave del vino, non un optional

Ci sono già voci che ipotizzano un futuro in cui l’alcol non sarà più un elemento essenziale del vino. Ma dimenticano un aspetto cruciale: l’alcol non è solo un elemento chimico presente nella bevanda, ma una parte fondamentale della sua identità. Non è solo una questione di struttura, corpo, aromi ed equilibrio. Il vino è un prodotto sociale, un facilitatore di relazioni, un attivatore di convivialità.

Pensare di eliminare l’alcol senza intaccare l’anima del vino è un’illusione. Se il successo millenario del vino si è basato sulla sua capacità di accompagnare momenti di condivisione e di esaltare la convivialità, credere che una versione ‘soft’ possa sostituirlo completamente significa non aver capito nulla del suo vero valore.

Il futuro? Niente panico, solo razionalità

I vini dealcolati continueranno a esistere, probabilmente cresceranno in alcune nicchie di mercato, ma difficilmente rivoluzioneranno il settore. L’errore più grande sarebbe scivolare in una narrazione che li dipinge come il prossimo standard del vino. La storia ci insegna che ogni tentativo di snaturare il vino per rincorrere tendenze effimere ha sempre avuto vita breve.

Piuttosto che piegarsi a mode passeggere, il mondo del vino dovrebbe imparare ad affrontare le tendenze con una visione più matura, basata su dati reali e una profonda comprensione delle dinamiche di consumo. Il vino è vino perché ha una storia, un’identità e, sì, anche l’alcol. Pensare di trasformarlo in qualcos’altro significa perdere il contatto con la sua essenza.

E sinceramente, ce n’è davvero bisogno?

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Punti chiave

  1. Vini dealcolati: da ignorati a fenomeno discusso, ma la loro diffusione resta limitata a una nicchia di mercato.
  2. L’industria del vino fatica a gestire le tendenze, oscillando tra entusiasti eccessi e rifiuti assoluti.
  3. L’alcol non è solo un componente chimico, ma parte essenziale dell’identità e della convivialità del vino.
  4. Il futuro dei vini dealcolati è incerto: crescita possibile, ma senza rivoluzionare il settore tradizionale.
  5. Serve una visione più razionale, basata su dati concreti e non su mode passeggere o entusiasmi irrazionali.