Il vino neozelandese affronta una fase critica: volumi esportati +5% ma valore in lieve calo a NZ$2,10 miliardi. Tariffe USA, accise interne e scorte elevate comprimono margini. Crescono i mercati asiatici, ma la dipendenza dagli sbocchi tradizionali mette il settore in bilico, spingendo verso diversificazione e azioni politiche mirate urgenti.

La Nuova Zelanda ha costruito, negli ultimi vent’anni, una reputazione di eccellenza per i suoi vini — un patrimonio che oggi si trova sotto pressione per ragioni sia commerciali che politiche. Nel 2025 le esportazioni di vino sono salite del 5% in volume ma il loro valore è leggermente calato a 2,10 miliardi di dollari neozelandesi, un segnale di crescita quantitativa che non si è tradotta pienamente in ricchezza per la filiera.

Il cuore del problema è la forte dipendenza dai mercati esteri: oltre il 90% della produzione è destinato ai mercati internazionali e la quota principale resta quella degli Stati Uniti, dove le esportazioni neozelandesi sono state valutate 762 milioni di dollari neozelandesi, in calo del 3% sull’anno precedente. Questo calo avviene in un momento in cui Washington ha introdotto dazi che hanno ridefinito il quadro dei costi per gli importatori e, quindi, per i consumatori. I nuovi provvedimenti annunciati in aprile e rivisti in estate hanno creato una situazione di forte incertezza: come sottolinea lo stesso rapporto di New Zealand Winegrowers, gli effetti completi di questi dazi non sono ancora del tutto leggibili nei dati di export.

Allo stesso tempo, non tutti i segnali sono negativi. I mercati di seconda fascia — come Cina e Corea del Sudhanno registrato crescite notevoli: la Cina ha aumentato le importazioni del 47% arrivando a circa NZ$56 milioni, mentre la Corea del Sud ha segnato un balzo del 92% fino a circa NZ$44 milioni. Complessivamente i cosiddetti “second-tier markets” sono cresciuti del 17% sfiorando i NZ$600 milioni, e rappresentano oggi una leva strategica per ridurre la dipendenza dai grandi mercati tradizionali.

Tuttavia la dinamica interna non aiuta. Il rapporto mette in evidenza scorte più elevate del desiderato, domanda di materia prima più debole e una pressione al ribasso sui prezzi delle uve, condizioni che comprimono i margini dei viticoltori neozelandesi. Sul piano fiscale, per chi vende sul mercato domestico si registra un aumento delle accise: il settore parla di un incremento complessivo di circa +25% negli ultimi quattro anni. Questi rincari aumentano il costo di gestione per chi opera anche sul mercato interno.

A completare il quadro c’è la dimensione geopolitica: la mossa di Trump sui dazi ha scatenato reazioni in tutto il mondo e spinte a misure di sostegno o compensazione — la Commissione europea, ad esempio, ha approvato strumenti per aiutare esportazioni vinicole strategiche a proteggersi dall’impatto sui prezzi e sugli ordinativi. Questo crea un ambiente commerciale volatile dove la politica commerciale gioca un ruolo centrale nelle prospettive di vendita.

Cosa significa per vignaioli e cantine neozelandesi

  • Breve termine: più scorte e prezzi dell’uva sotto pressione significano margini ridotti per i produttori neozelandesi, specie per chi vende maggiormente all’estero; l’aumento dei dazi viene in parte scaricato sui consumatori, ma non senza un impatto sul volume di vendita.
  • Medio termine: la crescita del vino neozelandese nei mercati asiatici offre una via strategica — ma serve investimento in marketing, distribuzione locale e garanzia di approvvigionamenti costanti.
  • Politica e lobbying: il settore avrà bisogno di rafforzare la sua capacità di rappresentanza presso il governo per gestire accise e negoziare strumenti di supporto in caso di shock commerciali.

Il rapporto 2025 di New Zealand Winegrowers fotografa un settore ancora solido dal punto di vista della reputazione e capace di crescere in volume, ma vulnerabile per concentrazione di mercati, nuove barriere tariffarie e costi interni in aumento. La sfida ora è doppia: difendere il valore costruito sul brand “New Zealand” e, contemporaneamente, accelerare la diversificazione commerciale per attenuare i rischi sistemici.


Punti chiave:

  1. Volumi +5%, ma valore in calo: esportazioni in aumento in volume, valore complessivo sceso a NZ$2,10 miliardi.
  2. Prima mercato: USA — esportazioni circa NZ$762 milioni; tariffe introdotte ad aprile con aumento ad agosto creano incertezza.
  3. Mercati secondari in crescita: Cina +47% (NZ$56 mln), Corea del Sud +92% (NZ$44 mln); i “second-tier” crescono del 17% a quasi NZ$600 mln.
  4. Pressione sui costi e sulle scorte: inventari elevati, domanda d’uva debole e accise aumentate (~+25% negli ultimi 4 anni).
  5. Azioni prioritarie: diversificazione mercati, gestione scorte e intensificazione del dialogo politico per misure di sostegno.