L’inaugurazione della 57ª edizione di Vinitaly si è trasformata in un vero e proprio summit sul futuro del vino italiano. Al centro il nodo dei dazi USA: no a dazi ritorsivi, sì al dialogo, alla de-escalation e alla collaborazione euro-atlantica. Tra preoccupazioni e nuove strategie, i produttori chiedono risposte concrete e l’Europa è chiamata a non restare indietro.
Un’inaugurazione che è sembrata quasi un summit sul futuro del vino italiano. Alla 57ª edizione di Vinitaly, il tema dei dazi americani ha catalizzato l’attenzione dei protagonisti istituzionali e dei produttori presenti a Verona. La cerimonia ufficiale si è aperta con i numeri che confermano la forza della manifestazione: 4.000 espositori, 18 padiglioni, 100.000 mq di superficie espositiva, 140 Paesi rappresentati e 30.000 buyer.
Ma l’attenzione si è presto spostata sull’attualità geopolitica e commerciale. Il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, ha ricordato la “leadership mondiale di Vinitaly” e l’impegno per affiancare le aziende italiane nei mercati esteri: “Per avere i top buyer c’è una grande sinergia, un lavoro fatto di promozione in giro per il mondo. Siamo stati in Kazakistan, India, e a maggio saremo in Cina e in Sud America. A ottobre torniamo a Chicago con ICE Agenzia”.
Il più netto e strategico tra gli interventi è stato quello del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha delineato un piano politico chiaro per evitare un’escalation commerciale con Washington. “L’Italia è il Paese che sa meglio reagire alle crisi. Niente panico, responsabilità: non reazioni di pancia ma di cervello”, ha detto. E ancora: “Se mettendo i dazi agli USA ci facciamo ancora più male, evitiamoli. Dobbiamo dire che non li aumentiamo ma li riduciamo”. Urso ha proposto la creazione di un’area di libero scambio euro-atlantica, “che costituirebbe l’area commerciale più potente del mondo”, riprendendo anche una suggestione di Elon Musk.
Accanto alla visione strategica, anche dati concreti: “L’impatto dei dazi sulla crescita UE sarà dello 0,3%. Se l’Europa introducesse misure di ritorsione, salirebbe allo 0,5%”, ha avvertito. Il messaggio è chiaro: evitare ritorsioni dell’UE, preservare la competitività del vino italiano e mantenere saldi i rapporti con il principale alleato extra-europeo.
Emerge chiaramente la consapevolezza che il vino italiano non può più contare solo su mercati consolidati, serve visione, diplomazia e capacità di reazione. E serve anche un’Europa unita, come ha sottolineato la vicepresidente del Parlamento Europeo Antonella Sberna: “Una bottiglia su 5 nel mondo è italiana, ma i dazi e la burocrazia minacciano il commercio. Manifestazioni come Vinitaly sono la risposta giusta, da costruire in sinergia”.
Il presidente di Regione Veneto Luca Zaia ha evidenziato il rapporto privilegiato del governo con l’amministrazione Trump: “Noi esportiamo il 37% dei nostri vini negli USA. L’Italia è l’unico Paese del G7 davvero “USA friendly”: dobbiamo essere noi il perno del dialogo”.
“Credo che la strada che abbiamo intrapreso sia quella corretta: aprire nuovi mercati e consolidare quelli che abbiamo. Non intendiamo rinunciare agli Stati Uniti, credo che la trattativa si risolverà con una revisione” ha concluso Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura. “Siamo una superpotenza dal punto di vista della qualità: il nostro valore aggiunto è tutto ciò che non è delocalizzabile, come il vino. Dobbiamo lavorare contro la criminalizzazione del prodotto e contro l’Italian sounding per far capire cosa distingue il Made in Italy”.
Dal palco e dai corridoi del Vinitaly arrivano anche le voci dei produttori, che affrontano il tema con lucidità. Antonio Michael Zaccheo, titolare di Carpineto, azienda che esporta il 90% del fatturato, ha affermato: “Il vino italiano rimarrà competitivo, ma prevedo che perderà il 20% del fatturato in USA. I prezzi saliranno mediamente del 20% sullo scaffale”. A soffrire di più saranno i vini della fascia entry-level, mentre “per i prodotti di alta qualità la domanda reggerà meglio”. Carpineto sta già investendo in nuovi mercati: “Abbiamo avviato rapporti con Uzbekistan, Azerbaijan, Kazakistan, e stiamo esplorando alcune nicchie in Africa”.
Più ottimista il tono di Alessio Planeta, CEO di Planeta, che invita alla calma e alla responsabilità: “Di fronte ai dazi, serve un approccio ‘no panic’ e di armonizzazione. Dobbiamo collaborare lungo tutta la filiera, anche rinunciando a una parte del margine per evitare che i costi si riversino sul consumatore”. Planeta sottolinea anche il valore strategico del turismo americano in Italia: “È fondamentale per la Sicilia e l’intero Paese. Serve mantenere rapporti sereni con chi sceglie l’Italia come meta”.
Il Consorzio Valdarno di Sopra DOC, invece, lancia un appello a riformare le normative italiane ed europee per rendere più veloce la reazione ai cambiamenti di mercato: “Non è più tempo di parole ma di fatti. Bisogna alleggerire le norme, rivedere i disciplinari, rendere più accessibili i fondi OCM”.
Infine, anche Sandro Bottega e Roberto Bruno, CCO di Fontanafredda, ribadiscono l’importanza di non farsi trovare impreparati. “Gli USA rappresentano il 10% del nostro fatturato. Affronteremo la sfida mantenendo contenuti i prezzi e puntando su un’alleanza europea forte”, ha detto Bottega. Bruno ha sottolineato il valore della diversificazione: “Il nostro primo mercato è il Canada, dove potremmo anche beneficiare dei dazi contro i vini USA. Ma dovremo esplorare i Brics e mercati finora marginali”.
E mentre si brinda all’apertura della più grande fiera del vino italiano, resta chiaro che la sfida è appena iniziata. Il vino italiano, ancora una volta, dovrà dimostrare di saper navigare le onde del mercato globale con resilienza e qualità.
Punti chiave:
- Focus sui dazi USA: l’inaugurazione di Vinitaly si è concentrata sull’impatto delle nuove politiche commerciali statunitensi e sul rischio di escalation commerciale.
- Linea governativa chiara: il Ministro Urso propone una de-escalation con gli USA, nessun dazio ritorsivo e un’area di libero scambio euro-atlantica per evitare un impatto ancora maggiore sul Made in Italy.
- Reazioni dei produttori: tra timori di perdita di fatturato (Carpineto) e inviti alla responsabilità e alla collaborazione (Planeta), le aziende si preparano a nuovi equilibri.
- Necessità di riforme: dal Consorzio Valdarno di Sopra l’appello per snellire burocrazia e rendere più efficaci strumenti come i fondi OCM.
- Diversificazione mercati: Fontanafredda e altri player spingono su mercati alternativi come Canada, BRICS e Africa per ridurre la dipendenza dagli USA.












































