Il programma “Napa Green” della Napa Valley, nato per promuovere la sostenibilità ambientale e sociale, è oggetto di controversie. Nonostante le certificazioni per vigneti e cantine mirino a ridurre l’impatto ambientale, critici sostengono che l’uso di erbicidi sintetici e le tempistiche per eliminarli sollevano dubbi sulla reale sostenibilità. Le accuse di greenwashing mettono in discussione la coerenza tra marketing e pratiche concrete. La definizione di “green” appare sempre più ambigua, rischiando di compromettere la fiducia dei consumatori più attenti alla trasparenza.
In questo articolo…
- Controversia sulla definizione di “green”
- Critiche sull’uso del Roundup
- Obiettivi del programma Napa Green
- Ambiguità e rischi di greenwashing
Nel cuore della Napa Valley, una delle regioni vinicole più prestigiose al mondo, si sta combattendo una battaglia ideologica sulla definizione di “green” e di sostenibilità. Al centro di questa discussione c’è il programma “Napa Green”, una certificazione che, dopo il lancio nel 2004 e la successiva trasformazione in ente no profit nel 2019, promette di elevare gli standard di sostenibilità ambientale e sociale delle pratiche viticole nella regione.
Il programma offre due certificazioni, la prima “Napa Green Vineyard” prevede un percorso per migliorare la salute del suolo, diventare neutri o negativi dal punto di vista delle emissioni di carbonio entro sei-nove anni e aumentare la resilienza dei vigneti, delle aziende e delle comunità circostanti. La seconda “Napa Green Winery” riguarda le pratiche delle aziende vinicole stesse, tra cui il riciclo dei rifiuti, l’efficienza energetica e idrica, la riduzione dell’impronta di carbonio e l’equità sociale. Per mantenere le certificazioni, i vigneti e le cantine vengono rivalutati ogni tre anni e devono dimostrare di essere migliorati rispetto alle metriche precedenti.
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Tuttavia, secondo quanto riporta un recente approfondimento apparso su Wine Searcher, la realtà sembra essere più complessa e, secondo alcuni critici, meno “green” di quanto il nome stesso suggerisca. Uno degli aspetti più controversi riguarda l’uso di erbicidi sintetici come il Roundup. Nonostante il nome “Green”, che per molti evoca immagini di agricoltura biologica e pratiche ecocompatibili, circa un terzo delle vigne certificate “Napa Green” utilizza ancora questi prodotti chimici. Il programma ha recentemente annunciato che gli aderenti dovranno eliminare l’uso del Roundup entro il 2026, ma questo impegno è stato accolto con scetticismo da parte di alcuni viticoltori veterani della regione.
Mark Neal, proprietario di Neal Family Vineyards e produttore di vino biologico da oltre 40 anni, non ha esitato a esprimere il suo disappunto: “Napa Green ha preso una posizione: non puoi usare Roundup, ma se hai terreni con una certa pendenza, puoi usarlo. È solo marketing. La gente viene nella mia cantina e mi chiede perché non sono certificato Napa Green. Pensano che ciò significhi coltivare secondo metodi biologici, ma non è così”.
Questa incoerenza tra i presupposti teorici e le pratiche concrete ha portato molti a chiedersi se “Napa Green” non sia altro che una forma di greenwashing. Martha Barra, viticoltrice della contea di Mendocino in California certificata biologica dal 1988, esprime così la sua disillusione: “Vietare il Roundup entro il 2026? Mi fa ridere. Cosa succederà tra il 2024 e il 2026? Quanti litri di Roundup verranno utilizzati? È tutto falso”.
Il concetto di “green” è diventato sempre più nebuloso, soprattutto nel contesto della certificazione dei prodotti e del marketing. Secondo Anna Brittain, direttrice esecutiva di Napa Green, l’obiettivo del programma è una sostenibilità che si concentri non solo sulla tutela ambientale, ma anche sull’equità sociale e l’inclusione. “Per noi la sostenibilità sociale è fondamentale insieme a tutto il resto. Qualsiasi nome fatica a esprimere in modo sintetico ciò che l’organizzazione fa. Quando nel 2004 è stato scelto il nome Napa Green, la certificazione si concentrava sull’erosione del suolo e sul controllo delle acque”.
Tuttavia, per molti consumatori, il termine “green” evoca principalmente l’immagine di pratiche agricole rispettose dell’ambiente, come l’agricoltura biologica e l’eliminazione dei pesticidi chimici. Un sondaggio del Pew Research Center del 2016 ha rivelato che il 76% degli americani acquista prodotti biologici per avere a disposizione cibo più sano, mentre il 33% lo fa per proteggere l’ambiente. Questo dimostra quanto il legame tra “green” e salute sia radicato nella percezione pubblica.
Alcuni esperti del settore vedono la svolta verso la sostenibilità sociale come un passaggio necessario, ma non sufficiente. Tod Mostero, Direttore viticoltura e vinificazione di Dominus Estate, ammette che la definizione di “green” è diventata sempre più ambigua: “Penso che oggi la percezione di ciò che viene definito “green” sia debole e confusa. Non c’è un vero e proprio allineamento su cosa significhi realmente”.
Questa ambiguità potrebbe avere conseguenze significative per il settore vinicolo, soprattutto in un momento in cui i consumatori sono sempre più attenti alla trasparenza e alla sostenibilità. In un’epoca in cui questi aspetti risultano fondamentale, aziende, associazioni ed enti certificatori devono saper motivare l’utilizzo di certi termini e fornire chiari riscontri tangibili se vogliono mantenere la fiducia dei consumatori. La sfida per “Napa Green”, come per altre realtà del settore vino a livello mondiale, sarà quella di dimostrare che la sostenibilità, in tutte le sue forme, è molto più di un banale claim o di una semplice etichetta.












































