In Portogallo, la regione del Douro affronta una crisi senza precedenti: viticoltori in piazza contro il taglio delle pipas per il Porto e i prezzi insostenibili delle uve. Il governo annuncia misure strutturali per salvare la sostenibilità del territorio. Ma l’incertezza resta alta.
La regione del Douro, culla del celebre vino Porto e patrimonio dell’umanità UNESCO, è alle prese con una delle più dure crisi sociali ed economiche della sua storia vitivinicola. A renderlo evidente è stata la manifestazione che ha visto scendere in piazza, a Peso da Régua, oltre 500 viticoltori, esasperati dalla prospettiva di una “vendemmia nera” e da un sistema che considerano ormai insostenibile.
I numeri parlano chiaro: la proposta avanzata dall’Associação de Empresas de Vinho do Porto (AEVP) al Conselho Interprofissional do Instituto dos Vinhos do Douro e Porto (IVDP) prevede una riduzione delle “pipas” (grandi botti di legno utilizzate per l’invecchiamento con una capacità di circa 550-630 litri) autorizzate per la produzione di Porto da 90.000 nel 2024 a 68.000 nel 2025. Un taglio netto che rappresenta una perdita potenziale di 22 milioni di euro solo per quest’anno e 48 milioni in tre anni, secondo le stime dei viticoltori. Rispetto al 2022, quando erano autorizzate 116.000 pipas, il calo è del 41%.
“Ogni taglio significa una nuova “machadada” (accettata) al nostro reddito”, ha dichiarato Vítor Rodrigues, dirigente della Confederação Nacional da Agricultura (CNA), promotrice della protesta insieme all’associazione locale Avadouriense.
Dietro alla decisione del taglio si cela un calo prolungato dei volumi di vendita del Porto: dal 2000 a oggi si è perso il 32% del mercato mondiale. “Un terzo del mercato è scomparso”, ha affermato António Filipe, presidente dell’AEVP. Le aziende, strette tra vendite stagnanti e stock invenduti, si vedono costrette a razionalizzare. “Creare eccedenze sarebbe un impoverimento dell’intera filiera”, ha aggiunto. “Non si tratta di volontà, ma di possibilità”.
Il problema però non è solo economico, ma anche sistemico. Secondo molti produttori, le regole del “benefício” — ovvero il sistema che regola quanta uva può essere trasformata in Porto per ciascun vigneto — sono troppo rigide e non tengono conto della trasformazione del mercato. Adrian Bridge, CEO del Fladgate Partnership, ha lanciato l’allarme già settimane fa: “Questo potrebbe essere l’anno in cui scoppiano rivolte nel Douro”.
Bridge, da anni critico verso l’attuale sistema di regolamentazione, ha aggiunto che “il benefício si sta riducendo sempre più, mentre aumentano le difficoltà per i piccoli produttori”. Non a caso, diverse famiglie contadine denunciano la ricezione di lettere con la cancellazione degli ordini di uva per la prossima vendemmia.
In questo contesto, il governo portoghese ha annunciato l’arrivo imminente di un pacchetto di misure strutturali per favorire la sostenibilità economica, sociale e ambientale della regione. Il Ministro dell’Agricoltura e del Mare, José Manuel Fernandes, ha promesso che “molto presto saranno presentate soluzioni concrete al Consiglio Interprofessionale del Douro”, con un focus particolare sui piccoli produttori. Il piano sarebbe stato costruito in coordinamento con organismi ministeriali e con il supporto della Commissione Europea.
Fernandes ha anche riconosciuto l’inefficacia delle misure tampone adottate finora: “Dal 2020 abbiamo speso 54 milioni di euro per la distillazione di crisi, ma il problema resta”. Una delle iniziative previste per la prossima vendemmia è proprio l’incentivo alla distillazione di crisi, misura che permetterà ai viticoltori di ricevere compensazioni per l’uva non trasformata in vino.
Parallelamente, il Ministero ha incrementato i fondi per la promozione del vino portoghese nei mercati internazionali: per il triennio 2025-2027, la dotazione è stata portata a 34 milioni di euro, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il valore delle DOP portoghesi.
Tuttavia, i rappresentanti dei viticoltori chiedono di più. Vogliono che venga proibito l’acquisto di uva a prezzi inferiori ai costi di produzione, una maggiore sorveglianza sull’origine dei mosti e dei vini, il ritorno a un ruolo operativo della “Casa do Douro” (in passato responsabile della regolamentazione della produzione del vino Porto e della protezione degli interessi dei produttori locali) per la gestione degli stock e la priorità all’utilizzo di acquavite regionale nella produzione di Porto.
La posta in gioco è altissima: il futuro della viticoltura eroica del Douro, ma anche la tenuta di un’intera regione che rischia di svuotarsi sotto il peso della crisi. L’unicità del Porto, simbolo del Portogallo nel mondo, non può più bastare da sola. Servono risposte, e servono in fretta.
Punti chiave:
- Il “beneficio” per il Porto sarà ridotto da 90.000 a 68.000 pipas, con una perdita potenziale di 22 milioni di euro solo nel 2025.
- Dal 2000, il mercato globale del Porto è calato del 32%, aggravando l’accumulo di stock e la crisi di domanda.
- Viticoltori chiedono prezzi minimi garantiti, blocco degli acquisti sotto costo e più controlli sui mosti esterni alla regione.
- Il governo portoghese promette un piano strutturale, con misure mirate soprattutto ai piccoli produttori.
- Misure tampone come la distillazione di crisi e la promozione estera sono state già attivate, ma non bastano a risolvere il problema.












































