In vista dell’incontro del 9 aprile 2026 presso il Consorzio Vini del Trentino, Mauro Leveghi, Gran Maestro della Confraternita della Vite e del Vino di Trento, traccia la rotta per il settore. Tra crisi climatica e necessità di una nuova narrazione etica, l’intervista esplora come la tradizione possa diventare un’avanguardia culturale per salvaguardare l’identità e la sostenibilità del territorio trentino.

Questa intervista a Mauro Leveghi, Gran Maestro della Confraternita della Vite e del Vino di Trento, non è una semplice riflessione sullo stato dell’enologia trentina, ma il preludio ideale all’atteso incontro “Il futuro del vino. Qual è?”, a cui prenderà parte il 9 aprile alle ore 18:00 presso la sede di Trento del Consorzio Vini del Trentino. Attraverso le sue parole, il vino emerge non come un mero prodotto commerciale, ma come il “respiro della terra” e un linguaggio comunitario capace di resistere all’isolamento della modernità.

Leveghi delinea un manifesto politico e culturale sulla custodia del territorio, toccando punti nevralgici: dal ricordo del “rinascimento” qualitativo nato dopo la crisi del metanolo, alla necessità di una sostenibilità che non sia solo uno slogan, ma una scelta di campo rigorosa capace di mediare tra la spinta verso le alte quote e la tutela della biodiversità.

Ciò che colpisce è la prospettiva: la tradizione non è un peso che rallenta, bensì una bussola etica per non smarrirsi nel mare della “permanente incertezza”. In vista del dibattito del 9 aprile, Leveghi ci invita a guardare oltre l’orlo del calice per riscoprire il valore di ciò che sta “fuori dal bicchiere”, proponendo una visione in cui la Confraternita smette di essere solo custode della memoria per farsi avanguardia culturale.

La Confraternita è nata nel 1958, in un’Italia che stava cambiando pelle. Oggi che viviamo un’accelerazione digitale e climatica senza precedenti, qual è il “compito morale” che una realtà storica come la vostra deve assumersi nei confronti dei viticoltori e soprattutto dei giovani che si affacciano a questo settore?

Quando nasce la Confraternita della Vite e del Vino di Trento, il Trentino non ha una propria identità vitivinicola.  A nord il vino prodotto veniva venduto sfuso in Alto Adige e a sud in Veneto. Compito della Confraternita era ed è quello di valorizzare le tradizioni viti enologiche di questa terra esaltandone i prodotti migliori. Una sorta di ambasciatore culturale del vino trentino.

Far conoscere i prodotti identitari e distintivi del territorio nonché i produttori grandi e piccoli. Promuovere la conoscenza di ciò che sta dentro il bicchiere ma anche di tutto ciò che sta prima e fuori dal bicchiere. La Confraternita stimola, attraverso l’incontro e la narrazione, una coerenza lungo la filiera che arriva al consumatore.

Il 9 aprile alle ore 18:00 presso la sede del Consorzio Vini del Trentino lei parteciperà all’incontro dal titolo “Il futuro del vino. Qual è?”. Lei come risponderebbe a questa domanda? Quali sono le sue previsioni e le sue speranze?

A metà degli anni ‘80 il vino italiano ha vissuto la tragedia e la crisi del metanolo: la risposta è stata una crescita decisa nella qualità, un vero rinascimento del vino italiano.

Oggi di fronte alle incertezze e alle nubi che si addensano all’orizzonte credo si debba intraprendere la strada della riduzione delle produzioni concentrandosi prevalentemente nelle zone fortemente vocate. O si progetta il futuro o rimarremo prigionieri del presente, subendo il futuro.

Spesso si confonde la tradizione con la staticità ma il passato è spesso una “bussola” per interpretare il presente e anticipare il futuro: in che modo una lezione appresa sessant’anni fa può aiutarci a decifrare l’incertezza del mercato vitivinicolo odierno?

Io penso che la bussola per progettare il futuro, in un mondo la cui unica certezza sarà la permanente incertezza, sia di fare scelte produttive che sappiano interpretare il territorio e senza ricorrere la volatilità delle mode. Il vino è la voce della terra.

Il Trentino pur avendo una sua identità condivisa, è un territorio eterogeneo e multiforme. Quali sono, a suo parere, le unicità che lo contraddistinguono nettamente?

Il Trentino, come ci ricorda Francesco Spagnolli, ha due “record” difficilmente superabili: in primis la grandissima variabilità di microclimi e terreni, in un territorio tutto sommato piccolo, con 10.000 ettari vitati. In secondo luogo, un numero elevato di scienziati che si sono occupati della vite e del vino grazie alla presenza della Fondazione Mach, a partire proprio dal suo primo direttore Edmund Mach.

La viticoltura ha sempre avuto un valore sociale enorme per le valli. In un’epoca di crescente isolamento e automazione, come può il vino continuare a essere un “linguaggio per fare comunità”?

Il paesaggio viticolo è una espressione di comunicazione di una comunità. Il vino racconta un territorio perché rappresenta il respiro di una terra. Un racconto certo che riguarda una comunità di montagna ma anche il turista che vuole vivere una esperienza nel nostro territorio.

Si parla molto di innovazione strategica. Per lei l’innovazione più urgente riguarda la tecnologia in cantina o la capacità di raccontare il vino come un valore etico e paesaggistico?

Certamente il valore etico e quello paesaggistico del vino sono importanti, ma a mio avviso la vera priorità riguarda la capacità di scegliere la via della sostenibilità per generare futuro.

Il cambiamento climatico sta ridisegnando la geografia del vino. La “memoria storica” che lei custodisce contiene gli strumenti per insegnarci la resilienza, o siamo di fronte a una sfida totalmente nuova che richiede di riformulare totalmente il percorso?

Il cambiamento climatico ci impone di modificare i modelli colturali per creare condizioni di sostenibilità ambientale attraverso l’adattamento e la mitigazione dei fenomeni.

La fuga in alto non può essere la risposta, se non in limitati casi. Se scelta come obiettivo unico può infatti generare contrapposizioni con le comunità locali che difendono il paesaggio e la biodiversità, come sta avvenendo in questi mesi nella zona di Brentonico.

Molti osservatori dicono che il vino oggi è sotto attacco, tra nuove normative e cambiamenti nei consumi delle nuove generazioni. È un problema di prodotto o è un problema di “senso”? Abbiamo smesso di capire cosa c’è dentro il calice?

Sicuramente un problema di senso, il vino è cultura, vitigno, territorio e carattere delle persone che lo producono. È necessario conoscere cosa c’è nel bicchiere ma soprattutto capire quello che sta fuori del bicchiere.

Infine, una domanda di “visione”: tra vent’anni, vorrebbe che si parlasse ancora della Confraternita come di un’istituzione storica o come di un’avanguardia culturale?

Sicuramente Il sogno e la speranza sono che la Confraternita venga considerata una avanguardia culturale.


Punti chiave:

  1. Necessità di una riduzione delle produzioni per concentrarsi esclusivamente sulla qualità nelle zone più vocate del territorio.
  2. La tradizione intesa come bussola per navigare l’incertezza del mercato, evitando di inseguire mode volatili e passeggere.
  3. Sostenibilità non come slogan ma come modello colturale concreto per mitigare l’impatto del cambiamento climatico senza forzature.
  4. Il vino come strumento sociale e comunitario capace di raccontare il paesaggio e l’etica di una terra di montagna.
  5. Trasformazione della Confraternita da custode della memoria storica ad avanguardia culturale per le nuove generazioni di viticoltori.