In un’industria dominata dalla competizione, G.D. Vajra trasforma lo stand del Vinitaly in “Via dei Sogni”, un ecosistema di dialogo e connessione. Giuseppe Vaira racconta una visione dove ricerca scientifica, tutela delle vigne storiche e alleanze internazionali si fondono per affrontare le sfide climatiche, restituendo al vino la sua dimensione più autentica, collettiva e profondamente umana.
In un’epoca in cui il successo di una fiera si misura spesso attraverso la densità dei contatti commerciali e l’occupazione millimetrica di spazi espositivi, la scelta di G.D. Vajra al Vinitaly appare come un atto di gentilezza rivoluzionaria.
Attraverso le parole di Giuseppe Vaira, viticoltore, enologo e rappresentante della seconda generazione dell’azienda, emerge una visione della viticoltura che non si esaurisce nel calice, ma si espande in un ecosistema di relazioni, scienza e memoria.
Il progetto “Via dei Sogni” non è un rifugio onirico per eludere la realtà, bensì un presidio di concretezza dove il cambiamento climatico, la tutela delle vigne storiche e la ricerca trovano una casa comune. In questa intervista, Vaira ci guida oltre il perimetro dello stand aziendale per esplorare un nuovo modello di “politica del vino”: quella che trasforma il competitor in un compagno di viaggio che “tende insieme verso la stessa meta”. È un invito a riscoprire la bellezza non come estetismo, ma come motore di una crescita collettiva, capace di restituire al settore enoico la sua dimensione più autentica e umana.
In un contesto frenetico e iper-competitivo come il Vinitaly, dove ogni centimetro quadrato ha un alto valore commerciale, voi avete scelto di “cedere” spazio. Qual è stata l’input principale che vi ha spinto ad aprire lo stand alle sinergie e creare i presupposti per un nuovo tipo di scambio e fruizione?
Nell’imminenza della fiera, si è liberato uno spazio contiguo al nostro stand. In famiglia abbiamo pensato che fosse una buona occasione per creare un luogo nuovo, di incontro, scambio e conoscenza. Insomma, un punto di bellezza.
Il nome “Via dei Sogni” evoca una dimensione onirica. Eppure, i temi trattati – dai cambiamenti climatici alla tutela dei vigneti storici – sono estremamente concreti. È una provocazione o un invito a prendere in mano i sogni per dargli una cornice più pragmatica?
Sì, il nome contiene una provocazione e un paradosso, perché “il primo momento”, il “primo incontro” col vino è sempre un fatto molto concreto: un pranzo memorabile, il gusto di una certa bottiglia, una passione tramandata…
Per noi occorre tornare a questa origine. Quindi, un’esperienza concreta di gusto e di incontro è la strada per tornare “ai sogni” cioè all’ideale, alla passione del vino. Questa è la “politica del vino” che tutti noi possiamo fare.
Pietro Russo MW ha definito questo format come “raro”. Secondo lei, perché il mondo del vino fatica ancora così tanto a superare i “personalismi” per abbracciare una narrazione collettiva?
Non soffermiamoci troppo a guardare i “problemi”. Ci sono soggetti che stanno facendo cose nuove e belle in uno spirito di apertura: bisogna sostenere questi spazi nuovi. Poi ognuno può scegliere se “stare sugli spalti” a commentare, e magari criticare, o rendersi disponibile a queste novità.
Essere l’unica azienda italiana nell’Union des Gens de Métier vi pone in una posizione di osservatori privilegiati. Cosa avete portato di quell’esperienza internazionale – fatta di amicizia e passione – all’interno dello stand di Vinitaly 2026?
“Chi trova un amico trova un tesoro” è una massima corretta anche nel lavoro. Poter condividere il gusto per il nostro mestiere, le sfide e le scoperte è fonte di gratitudine continua. Speriamo presto di poter ospitare altre realtà italiane nell’UGM!
La collaborazione con il DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari) dell’Università di Torino porta la ricerca scientifica direttamente in fiera. Qual è l’aspetto legato al cambiamento climatico che la preoccupa di più come viticoltore e che ha trovato un’eco durante questi incontri?
La preoccupazione maggiore non è un singolo aspetto, ma l’imprevedibilità crescente: stagioni estreme, sbalzi repentini ed equilibri che cambiano rapidamente. Per questo, crediamo che il settore debba sostenere con forza la ricerca, per conoscere più a fondo la natura e trovare nuove risposte e soluzioni senza perdere identità.
Nel vostro stand avete ospitato anche The Old Vine Conference, organizzazione che si dedica a proteggere i vigneti storici e a creare una categoria globale per i vini da vecchie vigne. In un’epoca che corre veloce e chiede vini pronti subito, perché è vitale fermarsi a proteggere le vigne vecchie? Cosa insegna una vite antica a un giovane produttore?
Il merito va soprattutto a mio fratello Isidoro, che si sta spendendo in modo incredibile per sostenere questa iniziativa, come pure l’Old Vine Registry. Le vecchie vigne ci insegnano il rispetto, la pazienza, la cura, l’accettazione e ci donano l’emozione di vedere e gustare i frutti che derivano da tutti questi valori.
Lei ha dichiarato che “la bellezza si nutre di incontri, scoperte, gusto e condivisione”. C’è stato un momento specifico, durante i quattro giorni dello scorso Vinitaly, in cui ha intravisto negli occhi di un visitatore o di un collega la prova che il format stava funzionando?
L’ho visto negli occhi e negli abbracci di chi ci salutava dopo aver partecipato alle nostre proposte.
Costruire un palinsesto di 29 appuntamenti in 4 giorni è uno sforzo organizzativo imponente. Al di là del ritorno d’immagine, cosa resta alla famiglia Vaira una volta spenti i riflettori del Vinitaly?
Abbiamo portato con noi gioia, gratitudine e nuove amicizie. Restano incontri che continuano anche oltre la fiera e la conferma che, quando si apre uno spazio autentico, qualcosa di buono ritorna sempre a tutti.
Il format “Via dei Sogni” è stato definito un’eredità per il mondo enoico. Se questa modalità diventasse uno standard condiviso nelle fiere del futuro, quali potrebbero essere i vantaggi per il nostro settore?
Ne siamo grati, ma teniamo i piedi per terra. Se questo spirito potesse allargarsi, come un modo nuovo di guardarci e trattarci tra colleghi, credo porterebbe fiere sempre più vive, più utili e più umane: luoghi non solo di scambio commerciale, ma anche di idee, relazioni e crescita comune. In fondo, un settore cresce davvero quando sa competere senza smettere di collaborare, e l’etimologia di “competitor” richiama chi tende insieme verso la stessa meta. Trattiamoci così, con alleanze nuove.
Se potesse invitare un ospite “impossibile” – un personaggio del passato o una figura fuori dal mondo del vino – a dialogare nella prossima “Via dei Sogni”, chi sceglierebbe e perché?
L’elenco è troppo lungo. Per ora concentriamoci sugli inviti possibili.
Punti chiave:
- La creazione di uno spazio di condivisione aperto alle sinergie per superare la logica puramente commerciale della fiera.
- Il format “Via dei Sogni” inteso come percorso concreto che parte dal gusto per arrivare all’ideale e alla passione.
- L’importanza della ricerca scientifica con il DISAFA per rispondere con soluzioni nuove all’imprevedibilità del cambiamento climatico.
- La tutela dei vigneti storici come insegnamento di pazienza, rispetto e cura per le nuove generazioni di viticoltori.
- Una visione di settore coeso dove la competizione lascia spazio a una crescita comune e ad alleanze autentiche.















































