Il 3° Bilancio di Sostenibilità del Consorzio Vini del Trentino segna un’importante evoluzione strategica per la viticoltura trentina. Attraverso un’analisi approfondita, Laura Ricci di Linfa Consulting illustra come trasformare la rendicontazione ESG da semplice adempimento burocratico a reale supporto decisionale, integrando governance, tutela reddituale dei viticoltori e valorizzazione dell’identità territoriale in una visione organica rivolta al futuro.

La sostenibilità nel settore vitivinicolo non è più un semplice esercizio di stile o una mera dichiarazione d’intenti, ma il cuore pulsante delle decisioni strategiche di ogni cantina. A due anni dal nostro ultimo confronto, torniamo ad analizzare l’evoluzione di questo percorso con Laura Ricci, Fondatrice e Senior Consultant di Linfa Consulting. L’occasione è la presentazione del 3° Bilancio di Sostenibilità del Consorzio Vini del Trentino, un vero e proprio aggregatore dinamico di dati che rappresenta un fondamentale supporto decisionale.

Sulla carta, la sostenibilità rischia spesso di ridursi a un’arida giungla di acronimi ESG, tabelle comparative e adempimenti formali. Tra i filari in pendenza e il territorio complesso del Trentino, tuttavia, misurare l’impatto significa qualcosa di radicalmente diverso: tutelare il reddito di chi lavora in montagna, proteggere la biodiversità ed elaborare strategie concrete per le generazioni future.

In questa conversazione senza filtri affrontiamo le sfide e le contraddizioni del settore vitivinicolo contemporaneo. Perché i parametri finanziari globali rischiano di penalizzare l’agricoltura di montagna? Come possono dialogare la forza della cooperazione e l’identità dei piccoli vignaioli senza cadere nella trappola dell’omologazione? E soprattutto, come evitare che la “centrifuga burocratica” svuoti di senso l’impegno ambientale delle cantine?

Dall’uso dell’intelligenza artificiale alla valorizzazione dei dati reali, ecco un’analisi incisiva su come trasformare gli obblighi di mercato in reale valore per il territorio.

Nell’intervista che le feci nel 2024 mi aveva colpito una sua affermazione: “Chi misura la sostenibilità sta iniziando a verificare anche come vengono costruiti gli obiettivi e le premialità sui fattori ESG”. A distanza di due anni, quanto è cambiato davvero il rapporto tra sostenibilità e governance nelle imprese vitivinicole?

Il rapporto tra i fattori ESG e le imprese è indubbiamente mutato, in linea con quanto accaduto in tutto il mondo aziendale. In questi anni abbiamo vissuto profondi scossoni geopolitici che, di riflesso, hanno influenzato pesantemente anche i legislatori e gli enti regolatori. Negli ultimi quattro anni si è assistito a una precisa volontà di stabilire un principio fondamentale: i dati non finanziari sono altrettanto importanti quanto quelli finanziari per la creazione di valore all’interno dell’azienda. Oggi ci troviamo in una fase di scelta attiva, dove chi si occupa della propria sostenibilità non è strettamente obbligato a farlo in ogni frangente, ma si muove in un ambito di volontarietà strategica.

Stiamo andando oltre l’adempimento formale per abbracciare un principio di equilibrio, crescita consapevole e rispetto per le future generazioni. Questa evoluzione permette alla governance – a chi detiene la capacità decisionale – di comprendere quanto una visione orientata all’ESG sia cruciale per l’efficienza, per l’impatto ambientale e per l’occupazione. Alla fine, vincono e hanno successo le aziende che scelgono questa strada, perché significa orientarsi continuamente verso l’innovazione.

Il primo Bilancio di Sostenibilità del Consorzio Vini del Trentino aveva soprattutto il valore della “prima fotografia”, il secondo ha iniziato a costruire una serie storica; il terzo cosa dovrebbe permetterci di vedere che prima non potevamo ancora scorgere?

Questo terzo bilancio porta con sé un maggiore e più profondo ingaggio da parte degli associati. In questa edizione abbiamo scelto volutamente di “entrare in casa” delle cantine associate, dialogando con direttori e soci per spiegare il senso profondo di questo lavoro. Era essenziale far comprendere che un supporto decisionale aggregatore di dati non è un semplice raccoglitore, ma uno strumento strategico per le singole cantine e per il Consorzio stesso. Abbiamo condotto un’importante revisione interna per valutare la qualità delle informazioni ricevute in modo volontario, ma la vera sfida va oltre la rendicontazione del prodotto materiale.

Il bilancio deve rappresentare un processo di misurazione delle performance reali: quanta acqua utilizziamo, quanto investiamo nel patrimonio trentino, quanta energia rinnovabile consumano i nostri stabilimenti e come applichiamo concretamente le pratiche agricole nei vigneti. La vittoria più grande è sentir dire dai diretti interessati: “Ho letto i dati e mi servono per fare meglio”, oppure “Vediamo dove possiamo ancora migliorare”.

Uno dei rischi della sostenibilità è trasformare una realtà complessa in una collezione di percentuali positive. Nel lavoro tecnico-metodologico che Linfa Consulting ha svolto per il 3° Bilancio di Sostenibilità del Consorzio Vini del Trentino, quali sono stati gli indicatori o gli aspetti più utili per capire dove il sistema trentino sta realmente migliorando e, al contrario, dove emergono ancora criticità?

Senza dubbio, stiamo assistendo a investimenti importantissimi, sia a livello patrimoniale che per la capacità di penetrazione sui mercati esteri. Il settore vitivinicolo trentino lavora incessantemente in questa direzione: pur essendo un territorio di montagna, possiede una spinta fortissima che garantisce buoni margini e un’adeguata redditività, tutelando il reddito quotidiano degli agricoltori.

Sul fronte delle criticità, avverto la stringente necessità di far dialogare maggiormente dimensioni diverse del comparto. Il Trentino vanta modelli di successo invidiabili a livello mondiale, ma la sfida oggi è riuscire a coinvolgere pienamente i piccoli produttori. Queste realtà, seppur con obiettivi differenti, possono fare un’enorme differenza nel perseguire il valore aggiunto della conoscenza e della condivisione, valorizzando al contempo le specificità del territorio e dinamiche preziose come l’enoturismo.

Il vino trentino ha una peculiarità evidente: una viticoltura fortemente legata alla montagna, con frammentazione fondiaria, pendenze, quote elevate e condizioni operative spesso più complesse rispetto ad altri territori. Quanto dovrebbe pesare questa specificità quando si definiscono gli indicatori con cui giudicare la sostenibilità di una filiera? È corretto confrontare territori così diversi attraverso gli stessi parametri?

Gli standard internazionali servono indubbiamente per trovare un’unità di misura comune. Attualmente c’è una forte tendenza all’omogeneizzazione, spinta in particolar modo dal mondo creditizio e finanziario. Tuttavia, quando rivolgiamo lo sguardo ai consumatori, diventa cruciale differenziare e individuare requisiti distintivi.

Non si possono equiparare territori con climi o conformazioni totalmente differenti; i processi di misurazione devono riflettere le specifiche realtà locali, perché questa biodiversità produttiva ed ecosistemica non va mai dimenticata. Condividere parametri comuni è necessario, ma serve anche la capacità di mediare e valorizzare la nostra vocazione. Coltivare in modo biologico in un territorio di montagna, ad esempio, richiede uno sforzo molto superiore rispetto ad altre zone più agevolate dal clima; un’eccessiva omologazione rischia di non rendere giustizia a questi impegni straordinari e, alla lunga, non fa bene all’intero comparto.

Nel 2024 lei parlava del rischio di una progressiva burocratizzazione della sostenibilità. Oggi, tra rendicontazione, certificazioni, requisiti della distribuzione e crescente attenzione normativa, quel rischio è diventato più concreto?

La situazione è enormemente peggiorata. Oggi siamo tutti immersi in ritmi più veloci, i processi decisionali assomigliano a una centrifuga e si scontrano con le complesse esigenze di rendicontazione richieste dal mercato. A mio avviso, l’intelligenza artificiale e l’innovazione tecnologica possono offrirci un aiuto fondamentale per alleggerire questo carico burocratico. Provo un sincero dispiacere quando, al termine della stesura di un bilancio di sostenibilità, percepisco un senso di affaticamento per l’impegno richiesto ai collaboratori.

Dobbiamo imparare a utilizzare questi nuovi strumenti per semplificare la forma e rimettere al centro la vera sostanza della sostenibilità, evitando che la rendicontazione venga percepita esclusivamente come un peso.

Nel secondo Bilancio emergeva una partecipazione molto ampia del sistema trentino alla certificazione SQNPI. Ma una certificazione diffusa coincide necessariamente con una filiera più sostenibile? Oppure il vero salto di qualità comincia proprio dopo la certificazione, quando quei principi entrano nelle decisioni quotidiane dell’impresa?

Parlando di SQNPI (a cui associo anche standard come Viva ed Equalitas), mi piace definirla come una “Fiat 500”: una vettura solida, accessibile, con le giuste prestazioni, mentre Equalitas rappresenta una “Ferrari” per la complessità delle sue metriche. SQNPI è uno strumento democratico e di massa, fondamentale perché permette di livellare verso l’alto e di tenere dentro l’intero sistema.

In un contesto come quello trentino, guidato da una forte cooperazione, questo approccio ha consentito a tantissimi agricoltori – dai professionisti ai part-time – di entrare in una dinamica virtuosa di crescita e consapevolezza. Certamente, la certificazione è la base; il vero salto di qualità avviene quando diventa uno strumento di educazione, formazione e dialogo. Se penalizziamo o perdiamo chi lavora quotidianamente la terra perché non riusciamo ad accompagnarlo in questo percorso, perdiamo un patrimonio inestimabile di gestione e presidio del territorio. L’agricoltura, in fondo, è una natura governata e specializzata che vive di questo continuo dialogo tra l’uomo e l’ambiente.

Nel 2024 lei sosteneva che il settore vitivinicolo fosse un’avanguardia agricola anche per la maggiore capacità di dotarsi di strumenti di sostenibilità. Due anni dopo confermerebbe questa lettura?

Sì, confermo assolutamente questa lettura. Il comparto vitivinicolo continua a dimostrare una grandissima sensibilità e una cultura paesaggistica e di ricerca di assoluta avanguardia. Nel contesto trentino, ad esempio, ci sono centri di ricerca d’eccellenza costantemente al lavoro sull’ottimizzazione delle risorse idriche, sulla gestione sostenibile delle denominazioni e sull’introduzione dei vitigni resistenti (PIWI). Spiegare culturalmente questa transizione e accompagnare la progressiva riduzione dei prodotti fitosanitari richiede tempi lunghi e un impegno enorme. Questa grande capacità progettuale conferma che il settore vitivinicolo rappresenta tuttora la punta di diamante dell’intero comparto agricolo.

Il 3° Bilancio arriva in una fase in cui al tema ambientale si sono aggiunte con forza questioni come redditività, ricambio generazionale, disponibilità di manodopera, resilienza climatica e competitività internazionale. Quale di queste dimensioni considera oggi più urgente per la viticoltura trentina?

Ritengo che la vera urgenza risieda nella formazione continua delle giovani generazioni e nella crescita culturale degli imprenditori. Accanto a questo, è indispensabile garantire la redditività delle aziende: chi lavora la terra affronta rischi quotidiani e deve avere la certezza di un margine economico che permetta di reinvestire nel futuro.

Sui temi dell’occupazione e della manodopera, c’è poi la grande sfida dell’integrazione. È fondamentale accogliere e formare adeguatamente le nuove popolazioni che arrivano a lavorare nei nostri campi; trovo grave che in Trentino non si organizzino corsi di formazione dedicati agli stranieri da diversi anni. Non dobbiamo creare “bolle cognitive” o isolamenti, ma strumenti reali di integrazione sociale ed economica. Preservare chi lavora in agricoltura significa garantire la tenuta sociale ed economica dell’intera comunità.

Vorrei chiudere focalizzandomi sul termine “impatto”. Dopo aver accompagnato il Consorzio attraverso più cicli di rendicontazione, quale cambiamento concreto vorrebbe poter riconoscere tra qualche anno guardando indietro a questi Bilanci? Non il dato più bello da raccontare, ma quello che le farà pensare: “sì, questo lavoro ha davvero cambiato qualcosa”.

Mi piacerebbe che i dati e le riflessioni emersi da questi bilanci uscissero dalle pagine del documento per diventare vita vissuta sul territorio. Vorrei che venissero integrati nell’enoturismo, nelle visite guidate e nell’accoglienza in cantina, diventando un veicolo autentico per raccontare il valore del vino trentino ai visitatori.

Inoltre, vorrei che questi report fossero utilizzati per prendere decisioni strategiche concrete, promuovendo buone pratiche diffuse sul territorio – come le stazioni collettive di lavaggio per le macchine irroratrici – ed elevando le ore destinate alla formazione. Infine, sogno una maggiore integrazione verticale con il mondo della ricerca: immagino una challenge con l’Università di Trento, portando studenti ventenni e giovani ingegneri a confrontarsi con le reali sfide del settore vitivinicolo. Sarebbe la prova tangibile che questo lavoro non è rimasto un semplice compendio di dati, ma ha innescato un vero cambiamento culturale.


Punti Chiave:

  1. Evoluzione della governance ESG: la misurazione della sostenibilità non è un semplice adempimento formale, ma una scelta strategica di lungo periodo guidata dalla volontà e dalla visione aziendale.
  2. Dati come strumento decisionale: il terzo bilancio consolida la qualità delle informazioni per trasformare il report da semplice documento celebrativo a guida concreta per le scelte delle singole cantine.
  3. Tutela delle specificità montane: gli indicatori di sostenibilità devono valorizzare l’identità e la biodiversità territoriale senza cedere all’omologazione prodotta dai parametri finanziari generici.
  4. Superamento del carico burocratico: l’adozione dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie è cruciale per snellire i processi di rendicontazione e rimettere al centro le azioni concrete.
  5. Sostenibilità sociale e redditività: la tenuta futura della filiera vitivinicola dipende dalla formazione delle giovani generazioni, dall’integrazione della manodopera e dalla salvaguardia del reddito dei coltivatori.